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Quel muro che cadde in testa ai socialisti italiani

10 Novembre 2009 834 views No CommentStampa questo articolo Stampa questo articolo

La caduta del muro di Berlino e la fine del comunismo furono concepiti anche come la vittoria del socialismo democratico nel duello che aveva animato, almeno negli ultimi cinquant’anni, la sinistra italiana, caratterizzata dalla forte presenza dell’unico partito comunista europeo. Anch’io salutai quell’evento con gioia e soddisfazione ritenendolo il punto di non ritorno di quella sfida, che apparve come una rivincita storica dei tanti revisionisti e riformisti, che anche la mia generazione aveva ingenerosamente relegato in soffitta preferendo altri e più fallaci miti. Giustamente Craxi propose ai naufraghi del comunismo un’arca di Noè, l’unità socialista, concepita come occasione storica per riunificare le sparse membra della sinistra italiana, divisa da Livorno e da un’infatuazione che Nenni aveva condensato in una sola parola: “Mosca”. Ma di questa occasione storica Craxi non seppe o non volle sfruttare da subito la carica di forte innovazione che portava seco. Anzi egli dava quasi l’impressione di preoccuparsi della portata del nuovo evento, al pari di Andreotti che anche recentemente ha ribadito tutte le sue riserve sugli entusiasmi che la caduta del Muro aveva provocato. Certo, se il Psi era solo la vecchia funzione, quella cioè che sfruttava la rendita di posizione della sua determinanza nel rapporto con la Dc, dovuta alla permanenza del vecchio fattore K, anche il Psi era finito. E di questo faceva bene Craxi a preoccuparsi. Occhetto ben lo capi, quando, pochi giorni dopo la caduta del Muro, operò alla Bolognina la svolta e iniziò il percorso che lo portava alla piena legittimazione democratica e occidentale, col cambio del nome e del simbolo e la richiesta d’iscrizione all’Internazionale socialista. Ma non sarebbe certo finita la funzione storica del Psi, che era quella di rendere possibile in Italia la creazione di una grande forza socialista e democratica che si ponesse, come nel resto d’Europa, come alternativa alle forze conservatrici o democratico-cristiane. Craxi era forse preoccupato anche di questo. Non riusciva a fare questo balzo in avanti e a trasformare i caratteri di un partito che aveva concepito il governo con la Dc alla stregua di uno “status simbol” ideale. In questa incertezza sta l’origine della fine del Psi: giusta la strategia dell’unità socialista, ma assolutamente improvvido il patto con Andreotti e irrealistica una linea che concepiva la strategia dell’unità come “prospettiva d’avvenire” e il nuovo patto con la Dc come la politica di un triennio che avrebbe dovuto portare il partito alle elezioni del 1992 e Craxi di nuovo alla guida del governo. Questo personalmente avvertii subito e quando Occhetto fece la Bolognina ricordo che, assieme a Mario Raffaelli, cercai in Parlamento Giuliano Amato per esternare questa sensazione di cambiamento storico, ma con viva nostra sorpresa Amato ci confidò che a suo giudizio non era cambiato nulla di sostanziale. Solo Claudio Martelli, tra i dirigenti, avvertì questo passaggio. E scrisse sull’Avanti un saggio. Poi, però, fino al 1992 decise che era meglio canmuffarsi. Si può aggiungere che la nostra inerzia era favorita dalla posizione di Occhetto, che voleva “andare oltre” e concepiva la fine del comunismo anche come la fine della socialdemocrazia. Errore strumentale. E anche oggi si può ben dire che la socialdemocrazia è in crisi, ma certo non che è fallita o finita. Errore che faceva mancare da un lato la certezza della sconfitta e dall’altro quella della vittoria, errore comprensibie dunque. Ma non sufficiente per giustificare la nostra indifferenza o perfino la nostra ostilità al percorso inziato da Occhetto, preferendogli perfino il vetero comunista Cossutta. Anzi, sarebbe stata molto più incisiva la nostra linea e assai più insidiosa per Occhetto e i suoi se li avesse incalzati fissando da subito i tempi e i modi di una nuova unità. Di questo ero convinto e su questo fui oggetto di critiche anche da parte di molti miei compagni autonomisti e craxiani, come me, che mi chiedevano come mai avessi cambiato idea. La realtà era cambiata e le idee dovevano innestarsi sul cambiamento. Questo non avvenne. Il Pci potè tranquillamente mutare nome e cognome, iscriversi all’Internazionale socialista, mentre il Psi era fermo e sbandato. Una vittoria storica si trasformò così in una sconfitta storica. E avvenne Tangentopoli quando già il Psi si trovava all’angolo, reduce da un risultato elettorale deludente, incalzato dai referendum di Segni e al Nord dalla strepitosa avanzata della Lega. Così, paradossalmente, il Muro cadde in testa in Italia, e solo in Italia, proprio a coloro che avevano esultato per la sua demolizione e  a coloro che nella sinistra lo avevano concepito come una barriera ideale e politica. Cadde all’incontrario, certo anche per la strumentale azione di Mani pulite che vide la corruzione a senso unico, ma anche perchè quando suona la campana suona per tutti. E la fine di una storia è la fine di un’insieme di storie che l’avevano interpretata. Perchè, se io sono anche il mio avversario, quando mi viene a mancare quest’ultimo, devo cambiare musica e spartito. E perchè, quando si trionfa nella storia, bisogna avere poi la capacità, che è anche una nuova grande difficoltà, di interpretare la politica che viene a determinarsi. Il Psi, come noi l’avevamo conosciuto, finì lì. Per questa incapacità di cambiare, prima ancora che per l’opera, davvero inconcepibile in uno stato di diritto, di una parte della Magistraura, che diede solidi motivi alla maggioranza degli elettori socialisti di spostarsi su Forza Italia. Questo alla luce dell’atteggiamento giustizialista del nuovo Pds di Occhetto, che concepiva Tangentopoli come la partita di ritorno di quella consumata con la caduta del Muro di Berlino. E , con questo, scavandosi da solo la fossa, partorendo Berlusconi e le ragioni di un’altra sconfitta storica che dura tuttora. Anche a vent’anni dalla caduta del muro.

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