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I giovani hanno il dovere della protesta, non il diritto alla violenza

17 Dicembre 2010 1.087 views No CommentStampa questo articolo Stampa questo articolo

Intendiamoci: le ragioni per un vasto movimento giovanile in Italia ci sono tutte. Le nuove generazioni lottano contro un futuro che è loro avverso. La spesa del welfare italiana è la più squilibrata dell’Europa, a vantaggio degli occupati e degli anziani e a tutto svantaggio dei giovani. Le Università sono fucine di disoccupati o di precari. L’indebitamento dell’Italia e la mancanza di sviluppo degli ultimi diciotto anni hanno causato uno squilibrio davvero inaccettabile. Se fossi un dirigente di questo nuovo movimento direi: che una riforma dell’Università è cosa diversa da quei provvedimenti disarticolati della Gelmini che però non producono certamente un peggioramento della situazione esistente, che i tagli orizzontali di Tremonti sono la rinuncia alla scelta e la rinuncia  alla scelta la fa un ragioniere, non un uomo politico, che il governo Prodi ha commesso un grave errore quando ha speso 10 miliardi di euro per abolire lo scalone pensionistico istituendo i tre scalini, perchè semmai quei 10 miliardi dovevano essere utilizzati per gli ammortizzatori sociali per i giovani precari e per l’Università e la ricerca, che i partiti, anche quelli di sinistra e i sindacati tutti, hanno solo difeso i loro iscritti non i disoccupati e i sottocupati. Direi questo e altro ancora e organizzerei manifestazioni di protesta e chiederei di essere ascoltato da chi governa il Paese. Ma metterei al bando ogni violenza, che finisce oltretutto per offuscare le giuste rivendicazioni di una fetta d’Italia che è tuttora troppo marginale. E denuncerei chi commette reati, si maschera dietro un passamontagna come ai tempi delle P38 e aggredisce i poliziotti, incendia le macchine e le camionette della polizia, spacca i vetri delle vetrine dei negozi. Lo feci anche nel sussultuoso sessantotto quando mi permisi di lanciare un SOS violenza. Perchè vedevo che nel movimento studentesco emergevano teorie che poi divennero pratiche settarie e insurrezionalistiche.  Avevo diciassette anni. Adesso ne ho quasi sessanta. Posso non avere cambiato idea, dopo tutto quel che abbiamo vissuto? E ascoltare da Santoro quei ragazzi che non esprimono una sola parola di condanna per quelle azioni criminali mi fa tornare alla mente i tempi in cui si proclamava che non era illegitimo l’uso della violenza per cambiare la società. Ho avvertito brividi di freddo.

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