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Cos’è che separa uno Scoto da un babbeo?

8 marzo 2011 976 views No CommentStampa questo articolo Stampa questo articolo

Evi bui. Non c’è posto per la filosofia. Ma solo per infinite diatribe sulla reincarnazione di Cristo, sulla verginità, sull’anima e sul peccato, sul mistero della Santissima trinità (una o trina, accipicchia), sull’anima e sul corpo che si separano o meno dopo la morte. Ma anche secoli di guerre tremende e sanguinose, di barbariche aggressioni e di stragi di donne e di uomini, di invasioni nel territorio italico, che quella sovietica e poi americana in Afghanistan impallidiscono. Anni di Chiese che si separano tra Oriente e Occidente sul ruolo del papa. Anni di uomini gloriosi e di uomini infami. Anni di imperatori e di imperatrici, di papi e di papesse. Anni tristi, che se uno viveva lì moriva subito anche per noia. Succedeva una cosa ogni sessanta, settant’anni. E uno ne viveva trenta e aspettava invano. Anni anche di eremiti e monasteri. Il primo eremita fu Sant’Antonio d’Egitto che, nei primi decenni del 300, per quindici anni visse in una baracca vicino a casa e per altri venti nel deserto. Chi fa da sé fa per tre. E lui faceva per tutti, perché ad un dato momento in molti vollero seguirlo. Senza sapere perchè. Scappavano da qualcosa? Forse dalle mogli. Forse dal peccato. La verità è che quel modo di vivere conquistò tanti. Mentre lui, Sant’Antonio, tornò poi nel mondo e si fece insegnante. Ma solo per spiegare a tutti l’ebbrezza della solitudine. Tanto che poi altri la portarono all’estremo. Non solo soli, ma anche scomodi. San Simone viveva su una colonna, come una cornacchia. E da quella insana posizione doveva violentarsi perché “peggio vivrai quaggiù più sarai premiato lassù”. Lavarsi mai. Anzi, c’era allora chi si vantava di non aver mai toccato l’acqua, neppure coi piedi. E i pidocchi erano anch’essi figli di Dio, segni di santità. Grattarsi è come pregare. Se vivi solo, pazienza, se vivi su una colonna peggio per coloro che transitano e che devono anche assistere a quel che accade sotto la colonna, ma se vivi in comunità come accadde ai primi monaci nei monasteri che si formarono tra il 315 e il 330 in Egitto, sai te che odori… Ma che importa? II corpo doveva essere punito e umiliato, era l’anima a doversi salvare. Anzi, più il corpo era degradato e anche bastonato e deturpato e più l’anima era linda e pura e meritevole di premio. Verso la metà del trecento i primi monasteri arrivarono anche nell’Occidente e in Italia con San Gerolamo e poi con Sant’Agostino. Ma chi davvero produsse il più grande sforzo per dare ordine alla vita monacale fu San Benedetto, spoletino, che nel V secolo fondò, tra gli altri, quello di Montecassino e scrisse la Regola benedettina. Benedettino fu il più grande papa che fino ad allora la chiesa cattolica avesse mai partorito. Cioè Gregorio Magno, ricco e nobile da giovane, che nel VI secolo tutto sacrificò per la fede, mentre i Longobardi stavano invadendo e saccheggiando l’Italia dopo aver battuto i poveri bizantini. L’Europa si stava cristianizzando, mentre decadeva l’Impero e la Chiesa si rafforzava. Si continuava a parlare di verginità e di peccati, mentre infuriavano le peggiori guerre di conquista, il papa litigava con Bisanzio e la filosofia restava sotterrata sotto le misteriose riflessioni di tanti ecclesiastici che s’occupavano di dogmi assoluti. Bisogna aspettare molti anni, anzi secoli. Bisogna fare discendere Carlo Magno a Roma (quella Notte di Natale dell’800 dovette davvero essere suggestiva) per la fondazione del Sacro Romano Impero, bisognava aspettare che l’aristocrazia romana si impadronisse del papato con Teofilatto e sua figlia Marozia che fece papa uno dei suoi numerosi amanti e anche il figlio di lui, di soli 16 anni, un minipapa (come il minigolf) e dalla quale forse si diffuse la leggenda sulla papessa Giovanna. Che non era la nonna del corsaro nero, ma una ragazza che si fingeva uomo e che venne talmente apprezzata (o apprezzato) da diventare papa. O papessa. Come l’imperatore d’Oriente che si chiamava Irene, e che era imperatrice, mentre Carlo Magno, figlio di Pipino (il Breve perchè….), nipote di Carlo Martello e cugino di Fabrizio De Andrè, diventava imperatore del Sacro romano impero. Una donna ad Oriente? E un papessa a Roma? Deve avere pensato Carlo: “Ma dove cavolo mi hanno mandato?”. Meglio lasciar perdere. Carlo Magno, che femminista non era proprio, dichiarò decaduta (0) l’imperatore (trice) perché donna, dunque non autorizzato (a). Meno male per la Chiesa che un secolo dopo i bizantini abbiano fermato i Saraceni che avevano già conquistato la Sicilia nell’800 ed erano giunti alla soglie di Napoli. Ma qui siamo già oltre. Nessuno pensava? C’era troppo da fare, tra guerre e papi e imperatori ed eresie e concili che introducevano dogmi e condannavano credenze errate. Troppe stragi, troppo buio. Evi bui. Medioevo. Che tristezza, che noia. Passavano i secoli e cambiavano solo i nomi dei nuovi invasori. Avanti gli ungheresi e poi i normanni. E i papi quando non si chiamavano Gregorio si chiamavano Leone o Clemente. Ci fu chi nacque nel sesto secolo e pensava di essere nato nel settimo o nell’ottavo, tanto faceva lo stesso. Che malinconia per i bei tempi antichi. Perfino i papi facevano figli, avevano mogli e amanti e organizzavano anche orge, come quel figlio dell’amante di Marozia che s’era dato ai festini con tanto di bunga-bunga. E quando parlava di fede, parlava di Fede. Che squallore e che differenza coi nostri tempi…L’occidente conosce il punto più basso qui, mentre intorno tutto fioriva, dalla Cina con la poesia Tang al medio Oriente con la nuova cultura dell’Islam. Diciamo la verità. Se questo Giovanni Scotto fosse nato ai tempi di Socrate o di Aristotele non se lo sarebbe filato nessuno. Eppure qui sembra una luce. Una luce nel nono secolo dopo Cristo. Negli evi bui. Era un irlandese e per anni fu al servizio e sotto la protezione di Carlo il Calvo, re di Francia. Era d’ispirazione neoplatonica e non un dogmatico cattolico. Anzi, proclamava che la ragione fosse superiore alla fede. Appena apriva bocca veniva condannato dalla Chiesa e dal papa. Gli si rivoltarono contro i Concili dell’855 e dell’859. Sosteneva, e fu il solo in quel tempo, che la filosofia fosse indipendente dalla fede. E non s’interessò per questo della santissima trinità (era una o trina?), della verginità, della reincarnazione, ma parlò di Dio e di Gesù, del cristianesimo che voleva conciliato col platonismo e scrisse il suo pensiero sulla natura. Immaginava quattro categorie di esistenze. La prima di ciò che non è creato ma crea, la seconda di ciò che è creato e crea, la terza di ciò è creato e non crea, e la quarta di ciò che non è creato e non crea. Bel rompicapo. Da parole crociate. La prima era rappresentata da Dio, la seconda dalle idee platoniche che sussistono in Dio, la terza dalla cose e la quarta da chi? Ma ancora da Dio, inteso non come creatore, ma come fine, come obiettivo. Dio come inizio e come fine. Dunque un giro che ritorna a se stesso. Dio che attraverso la creazione ritorna a sè. Era anche uomo di spirito questo Giovanni Scoto. Si dice che, trovandosi a pranzo col re, e dovendosi sorbirsi questa insidiosa domanda, “Cos’è che separa uno Scoto da un babbeo?”, abbia risposto:“Solo il tavolo da pranzo”…

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