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Mettiamo il naso su San Tommaso

12 Marzo 2011 29.921 views No CommentStampa questo articolo Stampa questo articolo

Mille e non più mille. Profezie infauste di fine del mondo. Ma anche anno di svolta. D’altronde peggio di così… La Chiesa e il trono cominciarono a litigare tra loro sul potere di nomina dei papi e dei vescovi. I papi erano eletti per via dinastica e capitò anche, dopo che s’era assistito a un papa di soli 16 anni (e forse a una papessa), di eleggerne uno di appena dodici, che poi, divenuto grandicello, si spapò per sposarsi, un po’ come fece Edoardo VII che abdicò per la bella Willis. Si chiamava Benedetto, ma era solo il nono. Soltanto che, anziché abdicare in favore del fratello, come fece Edoardo, Benedetto mise in vendita il soglio papale. Ma c’era anche un clero per bene, che viveva anzi in assoluta povertà, eccetto quei che peccavano di simonia e non erano pochi anche tra i preti. L’infuocata crociata contro il clero che possedeva ricchezze e possedimenti costerà la vita ad Arnaldo da Brescia, che a Roma aveva appoggiato la sommossa del popolo. Fu bruciato e le sue ceneri disperse nel Tevere. C’erano anche i monasteri, quello famoso di Cluny venne fondato proprio nell’undicesimo secolo. E vennero creati diversi ordini monastici, da quello camaldolese, a quello dei certosini e dei cistercensi. Stranezza per stranezza si ricorda che i cistercensi odiavano le finestre colorate e le avevano vietate. Secolo di estremismi. Da un lato si professavano le pene più tremende per peccati inesistenti, dall’altro si praticavano comportamenti criminosi senza pensare alle pene. I preti potevano anche sposarsi, non era vietato, e neanche “a una certa età”, come ricordano due cantautori moderni. Questo fino a Gregorio VII, grande papa, che impose il celibato scontrandosi coi suoi. Enrico III, l’imperatore padre di quell’Enrico che quasi ghiacciò a Canossa qualche decennio dopo, impose la regola della nomina del papa da parte dell’imperatore ed esplose la guerra delle investiture. Anche perchè la regola si estese ai vescovi. Se dicevi allora “ogni morte di papa” dicevi il contrario di quello che s’intende oggi. Ne morivano, generalmente uccisi, più o meno uno all’anno. Duravano di più gli imperatori ed Enrico IV regnò per quasi 50 anni. Fece in tempo a diventare amante di Matilde di Canossa, che forse se la intendeva anche col papa, quel Gregrio VII che non voleva che i preti si sposassero. Anche allora, c’era qualche incongruenza. Ed Enrico fece la guerra al papa, che lo scomunicò. Andò a Canossa e per tre giorni e tre notti in quel freddo gennaio del 1076 dovette aspettare che papa Gregorio e la sua amica Matilde lo ricevessero. Da allora “andare a Canossa” non ha il significato di andare da Matilde, ma di pentimento…Forse anche per questo, dopo il perdono, Enrico s’arrabbiò moltissimo e tornò alla carica nominando un antipapa. Marciò su Roma, ma arrivarono i Normanni che rapirono Gregorio che morì subito dopo. Che anni, però. E la filosofia? E’ proprio dall’anno mille che grazie ai primi scolastici la filosofia riprende. Grazie ai monasteri, alle scuole e università cattoliche si tornò a pensare. A cosa? Anzitutto alla santissima trinità, all’anima, a Dio ma, e questa è la novità, utilizzando la ragione. E in particolare scoprendo, anzi riscoprendo, Aristotele, ancor più che Platone. E s’affermarono Roscellino e Abelardo, innanzitutto. Il primo, che comparve in Francia nel 1050, e che fu un nominalista bizzarro. Diceva che le categorie universali non esistono. Cioè sosteneva che Socrate esisteva, ma che non esisteva l’uomo. Che esisteva Bubi, ma che non esisteva il cane. Quest’ultimo era solo un nome. Quell’altro, Abelardo, lo contestò e sostenne che il nome aveva un significato ed era il significato che esisteva, non il nome. Naturalmente questa diatriba assurda serviva per interpretare la Santissima trinità, una o trina. Abelardo fu anch’egli perseguitato, ma per un peccato di carne, e non di pensiero. Intrecciò una relazione con certa Eloisa, francese come lui, e suo padre, il canonico Fulberto, lo fece castrare. Tra dolori atroci se n’andò in convento, lui da una parte e lei dall’altra. Poi si riprese e divenne insegnante, senza palle però. Fu di nuovo perseguitato e tornò in convento dove morì. Fece in tempo e scrivere “Sic et non”, e a fondare tutta la sua filosofia sulla logica e sulla dialettica. Contestato per questo da San Bernardo da Chiaravalle che invece pensava a Dio come il risultato non della logica, ma della contemplazione mistica e arrivò anche a catalogare quattro forme di amore (quella di sé per sé, quella di Dio per sé, quella di Dio per Dio, quella di sé per Dio). Che venivano anche giocate a mano, ritmandole: “Sè per sè, Dio per sé, Dio per Dio, Dio per sé”. Olè, olè. Ma questo misticismo non si spingeva molto lontano. Anzi Bernardo sguainò due spade, una contro il male (ed era normale), ma l’altra contro gli infedeli (ed era sanguinosa). La prima crociata era già partita e molti lutti aveva seminato agli ebrei e musulmani, la seconda partì ai tempi di Bernardo, dopo che Barbarossa era stato fermato dalla Lega lombarda di Umbertùn, con la battaglia di Legnano del 1176. Il Barba aveva conquistato e raso al suolo Milano nel 1162. Unica opposizione la Lega. La Moratti era ancora nubile. Se pensiamo alla filosofia vera, quella di rango, dobbiamo poi aspettare il 1200, a fronte dell’esplosione della poesia in Sicilia, grazie anche al ruolo di Federico II, primo grande imperatore eretico della storia, e al dolce stil novo in Toscana, alle testimonianze ecclesiastiche di San Francesco e alla sua mistica, commovente, entusiastica fede così contestata, ma non perseguitata, dal papa, al suo amore per gli umili e per gli animali, e anche a San Domenico, personaggio meno affascinante del frate di Assisi, e ai suoi numerosi discepoli. Insomma fioriva la cultura e la Chiesa non era certo estranea, con le sue attività di educazione e di promozione. Il divulgare venne inteso come un’occasione per convertire. Soprattutto le persone colte, quelle che non si accontentavano di credere perché era loro dovere. Tommaso d’Aquino fu il più influente divulgatore del dogma cattolico. E lo fece, attraverso la ragione e usando gli schemi di Aristotele. Certo questo arrivare a Dio attraverso la ragione, e quando non ci si riusciva, evocando la sola fede, era piuttosto discutibile. Perchè, naturalmente, Tommaso lo faceva avendo già in mente la tesi dimostrata e non un’ipotesi da dimostrare. E così nella sua “Summa contra Gentiles” (scrisse anche la “Summa theologiae”) , suddivisa in quattro libri, Tommy vuole convincere un non cristiano sull’esistenza di Dio e poi anche della Rivelazione, e laddove non ci arriva con la ragione, allora utilizza la fede. Il che sembra davvero un paradosso, perchè è come dire: “Quando non riesco a convincerti con gli argomenti, allora ti convinci da solo”. E mi ricorda un mio vecchio professore che quando ti chiedeva qualcosa che non sapeva, ti invitava a cercartela da solo sui libri così l’imparavi meglio. Comodo, no? Ma Tommaso l’aquinate, che visse nel duecento e morì quando Dante Alighieri era già grande nella Firenze dominata dagli scontri tra guelfi e ghibellini, volle anche utilizzare l’idea del Motore immoto di Aristotele come una delle più semplici dimostrazioni dell’esistenza di Dio. Se c’è qualcosa che si muove e che viene mosso, allora dev’esserci un inizio del moto. Dunque il Motore immoto. Cioè Dio, che poi ha anche altre motivazioni logiche, come quella della prima causa, della prima necessità, della perfezione che deve esistere se ci sono elementi di perfezione nelle cose, dello scopo stesso delle cose. Più difficile comprendere l’essenza di Dio. Che cos’è Dio? Dio non ha essenza, Dio è la somma di esistenza e di essenza. Complicato, ma per dire che è inutile cercare la natura di Dio attraverso un procedimento che vale per chi Dio non è. E Dio non è una serie di cose. Non è tutto quello che è imperfetto, perché è perfetto, limitato, perchè è illimitato e via dicendo. Ma Dio può occuparsi delle cose particolari, dunque anche di noi, se lui è perfetto e universale? Qui si entra il conflitto anche con Aristotele. Dio pensa se stesso e basta? No, per un cristiano Dio pensa a tutto. E non è vero che Dio non conosca i particolari, le loro cause, i loro effetti. Dio creò il mondo dal nulla (qui Platone e Aristotele vengono messi in minoranza). E non può fare solo alcune cose. Non può fare un uomo senz’anima, non può far sì che la somma degli angoli d’un triangolo non sia due angoli retti, non può annullare il passato, non può commettere peccati, fare un altro Dio, rendersi inesistente, far diventare intelligente Gasparri e colto Di Pietro. Limiti? C’è un limite a tutto, anche per Dio. Tommaso si occupa anche di problemi etici e del peccato. E stabilisce che la legge divina vieta la fornicazione, perchè padre e madre devono far figli, vieta il controllo delle nascite, perché contro natura (i suoi adepti proporranno di sottoporre a referendum la legge 192), l’indissolubilità del matrimonio (nel 1974 si rivolgeranno a Tommaso i comitati cattolici per il si al referendum), la più rigorosa monogamia, il divieto di incesto. Quando arriva a trattare della Rivelazione, di Cristo salvatore e figlio di Dio, della sua resurrezione, del mistero della santissima trinità, della reincarnazione delle anime, alza le braccia senza usare più la ragione. D’altronde lui voleva arrivare lì. Dove non arrivava con Aristotele, arriva con la fede. Anche perchè Aristotele poteva essere tirato per la giacca da più parti, ma pensare che abbia anche previsto la venuta di Cristo pare davvero azzardato. Così mettendo il naso su Tommaso ci sia accorge che anche lui, un po’, il naso ce l’aveva lungo.

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