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Cogito, ergo sum

4 aprile 2011 903 views No CommentStampa questo articolo Stampa questo articolo

Doveva avere qualche problema di identità. Si chiamava Renè Dècartes, in francese, ma anche Ra’ Ne De’ Kart (in fiammingo-olandese), ma anche Renato Delle Carte in italiano e poi, chissà perché, lo chiamarono in latino Cartesius, italianizzandolo in Cartesio. Non poteva lasciar scritto come doveva essere ricordato dai posteri? Era anche piuttosto pigro. Quando da La Haye en Touraine, dove era nato nel 1596, si trasferì a Parigi, gli amici lo volevano frequentare prima di mezzogiorno e lui si scocciò e decise di arruolarsi nell’esercito olandese, forse perchè non combatteva mai e poteva riposarsi di più. Esplose la guerra e lui tornò a Parigi, naturalmente, e da lì, siccome i suoi fedeli scocciatori iniziarono a bussare ancora alla sua porta alle undici del mattino, se n’andò con l’armata che stava marciando su La Rochelle a combattere, per modo di dire, gli ugonotti. E quando, ormai anziano, la regina Cristina di Svezia lo volle chiamare a Stoccolma, innamorata della sua filosofia, e pretese di prendere lezioni da lui alle cinque del mattino, decise di morire. E dormire per sempre. Cartesio, chiamiamolo così, era un filosofo, un matematico e uno scienziato. Tutti si ricordano il suo “Cogito ergo sum”, nonostante avesse scritto di tutto: dalla geometria alla matematica, dalla poesia alla musica. Volle elaborare anche un trattato sull’amore, come fosse Francesco Alberoni, ma chiedendosi innanzitutto cos’è l’amore. E da buon razionalista e meccanicista indagò il rapporto tra la realtà e il sentimento e tra il corpo e lo spirito. “Coito ergo sum?”. No, ma certo per lui anche l’orgasmo doveva essere procurato da movimenti del corpo che lo incuriosivano. Si chiedeva il nostro, che inventò anche le coordinate e l’applicazione dell’algebra alla geometria, che relazione ci fosse mai tra la materia e lo spirito, vecchio e diversamente risolto problema di filosofia. Era convinto che fossero due mondi paralleli, ma che solo la materia determinasse i movimenti, dunque non accettava Platone che sosteneva esattamente il contrario. Gli chiesero se per caso un braccio non dovesse essere mosso dalla volontà, cioè da una entità non corporea. E lui s’affacciò alla teoria dei due orologi, che venne poi avanzata da un altro filosofo. Cioè se due orologi segnano due orari identici e uno solo dà la sveglia, mica vuol dire che uno è la causa della sveglia dell’altro. E dunque anche il braccio, che è mosso dalla volontà di muoverlo, in realtà è mosso dal cervello che è organo sostanziale che poi su impulso dà il segnale al braccio. Poi ci pensò su davanti a una stufa per un giorno intero. E disse di aver scoperto tutta la sua filosofia. E scrisse due libri d’impulso. Con la volontà, col cervello, col braccio, col dito? Mah… Arrivò alla conclusione che tutto era dubbio. Un po’ come Socrate che alla fine diceva che la sola cosa che sapeva era di non sapere. Cartesio era più moderato. E concluse che una sola cosa era senza dubbio vera e cioè la sua esistenza perché pensava. Oggi quanti potrebbero essere coloro che si reputano vivi? La seconda Repubblica ha omesso il pensiero. E dunque? Tutto potrebbe essere fallace. E se non esistesse, se non fosse mai esistita? Se d’improvviso ci svegliassimo e ritrovassimo il Caf, sarebbe una sorpresa così negativa? Il dubbio cartesiano era il suo leit motiv. Io sto in questo momento scrivendo un libro. Ma è vero? Potrebbe essere un’allucinazione, un sogno. Anche le leggi della geometria e della matematica potrebbero risultare false ed essere trovate nuove soluzioni. E allora? Allora tutto ciò che noi sentiamo e vediamo e crediamo esser vero potrebbe non esserlo. Muori, cioè te ne vai per sempre? E chi lo dice? Potresti resuscitare, potrebbe la tua anima transvolare in un altro copro, come affermava Pitagora e via dicendo. Allora l’unica cosa certa è che io sono perchè penso. Nessuno può metterlo in discussione. Il pensiero, come causa di vita, ma anche come rapporto con la realtà, che in sé non esiste. O meglio esiste solo in parte. Nasce il suo meccanicismo. E cioè che nel mondo materiale si può considerare come essenziale solo la proprietà della estensione (l’occupare spazio), perché solo questa è concepibile in modo chiaro e distinto dalle altre. Infatti tutte le altre proprietà come il colore, il sapore, il peso, sono secondarie, perché di esse non è possibile, secondo Cartesio, averne un’idea chiara e distinta. Il mondo delle cose materiali è così ridotto alla estensione: ogni cosa è res extensa, contrapposta alla res cogitans, al pensiero. Questo apre la via allo studio della conoscenza umana che poi verrà approfondito da Kant. La materia si può conoscere soltanto attraverso il pensiero. Lo diceva anche Sant’Agostino, ma lo riferiva al tempo. Anche il tempo era per lui soggettivo. Non esisteva se non come attimo fuggente, il passato era solo pensato e così il futuro. Cartesio va oltre. Tutto è solo pensato. Le cose in sé non esistono se non in quanto oggetti che ricoprono spazio. Prendi la cera. Ci appare in un modo se la guardiamo in sé, se poi va vicino al fuoco ci appare in un altro modo. Allora com’è la cera? E’ quel che noi pensiamo sia in quel momento. E’ quel che ci appare non quel che è. Quando vedo gli uomini per la strada io in realtà vedo cappelli e soprabiti e li chiamo uomini. E la morte di un amico? Ma è la morte che ci procura dolore o l’abbandono, il pensare che poi noi non ci vedremo mai più? E’ la morte o il pensiero della morte e le sue conseguenza che ci addolorano? Noi abbiamo dunque delle idee. Ci sono quelle innate, quelle provenienti dall’esterno e quella scoperte da me. Ma davvero ci sono idee che provengono dall’esterno? Questa la sua intuizione. Sembra sia così, ma in realtà siamo noi che le concepiamo in un certo modo. E’ il soggettivismo che entra in scena nella filosofia. Poi, non si sa perché, Cartesio si vuole distrarre e si occupa anche dell’esistenza di Dio e lo fa come Aristotele, razionalmente. Partendo dal presupposto che se c’è la perfezione c’è anche un essere che la sa interpretare. Insomma gli uomini sono imperfetti, ma hanno in loro il concetto di perfezione. Chi glielo ha introitato? Se non Dio? Ah, dimenticavo della musica. Ma sì, tutto sommato, anziché mettersi a comporre canzoni napoletane o brettoni od olandesi, Cartesio vuole capire che razza di rapporto ci sia tra le note e l’emozione che esse suscitano. Da buon razionalista che tutto sa spiegare propone una interpretazione assolutamente chiara anche se piuttosto discutibile, perchè ridotta alla semplice matematica, di questa relazione. Per lui è solo un problema di misura dei suoni. Ma se l’emozione fosse procurata solo da questo allora con le stessa misura dei suoni si dovrebbero procurare analoghe emozioni. Teniamo anche presente cos’era la musica del suo tempo. Pochissime note, per di più emesse da strumenti a fiato e più volte ripetute. Doveva essere davvero un bel tipo uno così. Uno che metteva la matematica e la ragione al centro di tutto. Immaginiamo una cena con lui a base di spaghetti. E ad un dato momento la nostra banale domanda al grande filosofo: “Ti piacciono gli spaghetti?”. E lui: “No, devi chiedermi se mi piace il complesso degli spaghetti, che in realtà sono cento quaranta e sono conditi con un etto di burro e sedici pomodorini. Quel che mi piace non sono gli spaghetti, ma quel rapporto di quantità di ingredienti diversi”. Teniamolo presente quando li mangiamo. Cristina, regina di Svezia, innamorata pazza del filosofo Cartesio, se lo portò via dalla Francia e poi dall’Olanda in nave e lo volle in Svezia, neanche fosse Ibrahimovic, e sulla sua morte si avanzano ancor oggi due ipotesi. Che sia morto di morte naturale, cioè di polmonite contratta al freddo della prima mattina, da lui sempre opportunamente evitata, oppure che sia morto ammazzato. Chi lo sa se, dopo la scoperta del colpevole del Giallo dell’Olgiata, si arriverà mai a scoprire la causa del decesso di Stoccolma. Restiamo nel dubbio. Più cartesiano di così…E quando la sua salma fu portata a Parigi si scoprì che le mancava la testa. Era stata tagliata, non da una ghigliottina, ma da alcuni suoi fanatici sostenitori che se la trastullarono per anni sulle loro scrivanie. La testa di Cartesio, era mica un oggetto qualsiasi. Era il solo oggetto realmente esistente, anche se non più pensante…

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