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Cosa deve dire il Psi (l’intervento di Del Bue alla segreteria nazionale)

2 novembre 2011 582 views No CommentStampa questo articolo Stampa questo articolo

Adesso siamo davvero legati a un filo. Berlusconi regge, non so per quanto ancora, in una situazione di precarietà sempre più evidente, provocando disagio da parte dei partner europei e delle altre autorità istituzionali e politiche italiane. Dentro il Pdl si annuncia probabile un golpe per farlo saltare e per costruire quel governo d’emergenza evocato dal presidente della Repubblica, che metterebbe in grave imbarazzo innanzitutto il Pd, che dovrebbe impegnarsi in una politica economica impopolare sulla scorta delle indicazioni della Bce. Un governo di emergenza, oltre ad essere la risposta più indicata e opportuna a una situazione di emergenza economica e finanziaria, sarebbe, per il Pdl, oltretutto il modo migliore per tentare di evitare una sicura sconfitta alle prossime elezioni politiche. In fondo, se nella notte tutti i gatti sono bigi, al banchetto del governo di emergenza la torta delle responsabilità va suddivisa tra tutti i convenuti. Il Psi è partito extraparlamentare e non ha il dovere di garantire la governabilità. Però credo che abbia il dovere di dire cose giuste e in linea con gli interessi dell’Italia, in particolare con quelli di chi sta peggio, in Italia. Personalmente penso a queste cinque esigenze: 1) Esiste innanzitutto la necessità di portare il Paese fuori dal rischio Grecia, che oggi appare reale. Questo obiettivo, in ordine di priorità, è il primo dovere. Dunque il governo di emergenza, non solo non va contestato da parte del Psi in nome di un gioco allo scavalco a sinistra del Pd che mi ha sempre lasciato assai perplesso, ma il Psi dovrebbe accettare che il governo si metta in sintonia con la lettera della Bce, senza contestarne o addirittura invalidarne il significato, come pare vogliano fare Di Pietro e anche Vendola. 2) Nell’ambito degli impegni presi per il rientro dal debito si potrebbe inserire una forma di patrimoniale strutturale e non episodica e la tassazione delle transazioni finanziarie (sono proposte dei partners socialisti europei). E’ evidente che il governo di emergenza cambia anche la qualità dei rapporti politici. Probabilmente anche quelli tra il Pd, da un lato, e Di Pietro e Vendola, dall’altro 3) Qualcuno, anche nel Psi, contesta la lettera della Bce perchè sarebbe uno sfregio all’indipendenza nazionale e non capisce che il mondo, e soprattutto quello dell’economia e della finanza, ormai non conosce frontiere e che anzichè rinverdire antiche e oggi superate ambizioni decisionali di dimensione nazionale, si deve lavorare perchè il contesto decisionale diventi politico e non tecnico-finanziario. E questo è possibile solo costruendo l’Europa politica, dopo quella monetaria. Questa dev’essere la sfida dei socialisti, non già quella di rinculare verso nazionalismi impossibili. 4) L’obiettivo è l’Europa politica del socialismo liberale, dunque, (altro che crisi del blairismo e del socialismo liberale, come in tanti oggi vaticinano) e non già l’Europa del vetero socialismo democratico, che oggi qualcuno vorrebbe riproporre, senza rendersi conto che la crisi mette in discussione proprio il ruolo dello stato (la spesa pubblica) o meglio la sua invadenza nell’economia e attribuisce al privato una nuova dimensione sociale. Non lo stato sociale, dunque, ma la società solidale è quella che dovremmo impegnarci a costruire, sulla scorta delle intuizioni che già avevano caratterizzato il nostro passato 5) Europeizzare l’Italia, dunque: nel ruolo dello Stato, nel mercato del lavoro, nella vita delle imprese, nel sindacato, nella giustizia, questo credo sia il compito che attende i socialisti. Ed è un compito che li rende indispensabili.

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