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Ghiggini su Il Giornale di Reggio: “Contro le nostalgie staliniste”

30 gennaio 2012 2.124 views No CommentStampa questo articolo Stampa questo articolo

Mauro Del Bue, ex parlamentare socialista, storico e scrittore, assessore allo sport del Comune di Reggio, è stato messo in croce per aver partecipato alla presentazione del terzo libro di Luca Tadolini sulla storia della Rsi a Reggio Emilia. I più inclini alle nostalgie staliniste sono arrivati a chiederne le dimissioni da assessore, tuttavia a sorprendere sono soprattutto le censure arrivate dal alcuni esponenti cittadini del Pd. Nell’incontro alla Sala civica di Vetto – organizzato dalla famiglia Azzolini – Del Bue ha detto che abbiamo il dovere di confrontarci, studiare, di parlare e di scrivere anche sulle pagine oscure e controverse senza per questo mettere in discussione i valori della Resistenza: è quanto né più nè meno sostengono gli storici di sinistra dotati non solo di buon senso ma di un minimo sindacale di competenza.
Ha aggiunto che Tadolini, storico di destra, ha una funzione riequilibratice perché la storia in genere viene scritta dai vincitori, e dunque anche i vinti devono far sentire la loro voce. Inoltre ha fatto un riferimento scomodo all’assassinio del segretario comunale di Bagnolo Onfiani, delitto che di fatto impedì di mettere in atto il tentativo di liberare i fratelli Cervi: una pagina buia nella storia dei Gap e del Pc durante la guerra. Per inciso, noi crediamo che proprio quell’accenno abbia fatto  imbestialire i commissari politici del terzo millennio.
Ora, Del Bue non ha bisogno di essere difeso: i suoi detrattori non hanno nulla da insegnarli nè sul terreno dell’antifas- cismo nè su questioni di storia della Resistenza e della guerra, tanto meno sui delitti politici avvenuti nel dopoguerra. D’altra parte dibattiti del genere, fra esponenti di destra e di sinistra, sono sempre avvenuti persino negli anni bui della guerra fredda. Nel 1951 proprio il Pci reggiano (che pure era il più stalinista d’Italia come dimostrato dalla vicenda di Magnani e Cucchi) organizzò un confronto diretto al teatro Municipale tra Giovannino Guareschi e Renzo Bonazzi, campione designato dal partito. L’allora giovane avvocato, poi grande sindaco e senatore, ebbe naturalmente la peggio. Però quel match restò nella storia.
Bisogna allora chiedersi la ragione di certi rigurgiti oggi, come se all’improvviso nella laica e democratica Reggio Emilia fosse sospesa persino la libertà di dibattito. Emerge certamente un atteggiamento strumentale, l’uso di un pretesto a fini di piccolo cabotaggio politico. Qualcuno vuol far fuori Del Bue  per costringere il sindaco Delrio a un rimpasto, magari in vista della resa dei conti finale all’interno del Pd? E’ un’ipotesi.
A noi interessa sottolineare come tutto questo sia sintomo di un declino culturale della città, in cui rischiano di prendere sopravvento forze settarie che trascinano la società civile all’indietro nelterreno della democrazia.
Non si era mai vista tanto livore verso chi non va a rendere omaggio ai maestrini della vulgata, almeno dai tempi dell’assalto a Giampaolo Pansa. Soprattutto non si erano mai visti atteggiamenti tanto autoritari. Anche perché la flagellazione di Del Bue è stata preceduta da altri atti di intolleranza, di varia provenienza, compreso lo stupefacente provvedimento di sospensione per sei mesi dal partito decisa da Rifondazione comunista nei confronti di Marco Costa, reo di aver partecipato a un dibattito a più voci all’hotel Astoria, nel giugno scorso. Cose più da Lubianka, che da piazza
Prampolini. O se volete da fascismo in camicia rossa.
Si dirà: sono frange sul viale del tramonto, fanno parte dell’arredo storico della sinistra. Sarà anche vero, però non riusciremo mai ad abiutarci. Bisogna dire chiaro che la libertà, soprattutto quella di chi non è d’accordo con noi, va difesa senza tentennamenti nè sottovalutazioni. E che quando si vuole impedire di discutere, quando si insulta in modo gratuito e magari organizzato sul web con la compiacenza di qualche giornale on-line, quando  l’arroganza dei commissari politici diventa egemonia culturale, diventiamo tutti meno liberi. E che un pezzo della nostra tradizione
democratica va a farsi benedire. E’ questo che vogliamo?

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