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Bergson: “Voglio una vita spericolata…”

21 febbraio 2012 1.015 views No CommentStampa questo articolo Stampa questo articolo

Questo Henry Bergson, che viene considerato il più grande filosofo francese (nasce a Parigi nel 1859, anche se suo padre era inglese) è il primo che sancisce la superiorità dell’istinto sull’intelletto. E dunque lo possiamo catalogare come padre dell’irrazionalismo. Attenzione però. Mica si deve pensare che fosse uno che sragionava o che dava spazio all’istinto bestiale. Non gli interessava tanto (come invece interessava a Freud) l’istinto sessuale, insomma ciò che provoca la farfallina della Belen o le gambettine della Canalis. No, Bergson concepisce l’istinto come intuizione. Dunque come capacità di cogliere tutto quello che una rigida ragione non è in grado di cogliere. L’istinto-intuizione è per lui una sorta di super ragione, per usare una terminologia nietzschiana Per lui è la vita al centro di tutto e così immagina due linee, una che va verso l’alto, e che è appunto la vita o soffio vitale, e una che va verso il basso, e che è la materia. La vita l’apprendi con l’istinto mentre l’intelletto è materia, “rubaza” insomma. Tutto per lui è determinato dal risultato del rapporto di questi due elementi. Anche lo sviluppo del mondo, quando c’è stata la divisione tra piante e animali, e poi, tra gli animali, tra quelli dove prevalse l’intelletto (ad esempio l’uomo ed è stata la sua sfortuna) e quelli dove prevalse l’istinto (le formiche e le api soprattutto). Non arriva al punto di rimpiangere di non essere nato ape. E men che meno, data la sua funzione, ape regina. Però. Evviva la vita dunque, tanto meglio se spericolata, come canta il buon Vasco. Che sfortuna questo essere umano dove sempre prevale l’intelletto il cui compito principale è quello di separare, dividere, scegliere, in fondo di limitare. Soprattutto di limitarsi. E qui ci sta, evidente, un’analogia col Super Io di Freud. Dai su, magari è pure utile che nell’uomo prevalga l’intelletto, ma non sempre. Prendiamo un rapporto emotivo tra un uomo e una donna che s’incontrano e si piacciono al primo sguardo. E pensiamo che l’uomo non voglia gettarsi a capofitto nel rapporto per via di sto bastardo d’intelletto che gli suggerisce cautela e di pensare che avendo una moglie potrebbe danneggiarla e anche i figli potrebbero avere delle conseguenze e lascia perdere. Fa un’azione per Bergson mica tanto positiva, perché perde una grande occasione di vita. Se invece magari avesse dato retta all’istinto (intuizione) e avesse visto in quel rapporto un’occasione di aprire una breccia nella sua monotonia, allora avrebbe fatto un’altra scelta. Basta con questa razionalità bacchettona che poi è il frutto di condizionamenti sociali. Attenzione, però, perché l’istinto non è lasciarsi andare alle passioni, per Bergson è intuizione. E dunque il suo istinto-intuizione avrebbe anche potuto decidere che quella storia si sarebbe rivelata sbagliata. Poteva fare qualsiasi cosa, ma con l’intuizione dunque, non con l’intelletto, che è solo contemplazione, non è attivo, è in rapporto solo con lo spazio e non col tempo. Chiaro? Un po’. Spieghiamolo così. Se io uso l’intelletto fotografo la situazione al momento (agisce nello spazio e non nel tempo) e dico: mi va o non mi va di aprire questa storia sentimentale in base ai rapporti di oggi, dunque non proiettati nel divenire, ma solo adesso. Con l’intuizione vado avanti e posso cogliere il fatto che questa storia mi produca dei piaceri, dei vantaggi o invece dei dispiaceri e degli intralci. L’intelletto non guarda al divenire. E’ statico e ingombrante. Collegato alla sua concezione dell’intuizione sono le sue teorie della libertà e le sue lodi per l’azione. La libertà per lui non può essere solo frutto delle conseguenze del nostro cervello, anzi la personalità si deve esprimere a tutto tondo come fa l’artista con la sua opera d’arte e l’azione è il centro di ogni essere vivente. Questo scandagliare l’arte e gettarla in politica, questa visione poetica della rivoluzione, genererà il peggio delle correnti politiche di destra e di sinistra. Quelle che getteranno nell’immondezzaio il liberalismo e il riformismo in ossequio alle irrazionali e certo anche più poetiche immersioni nell’azione violenta e rivoluzionaria, che aprirà la porta alle dittature proletarie o borghesi del Novecento. A questa concezione dell’irrazionalismo aderiranno larghe fasce di intellettuali, di filosofi, di leader politici, a cavallo della prima guerra mondiale, che col suo macello di vite umane pareva invero aver decretato la morte della ragione, sostituendola coi miti contrapposti del nazionalismo e del comunismo. Ma già prima prenderanno posto nella politica anche alcune teorie di George Sorel che del mito dell’azione rivoluzionaria, non importa quale, trasse spunto per scelte che influenzeranno anche l’Italia nei primi anni del Novecento, attraverso una corrente politica quale fu quella dei sindacalisti rivoluzionari. Proclamavano lo sciopero che era la massima  espressione dell’azione bergsoniana (distorcendola) e ne facevano discendere la rivoluzione. Solo che gli scioperi si facevano e la rivoluzione invece no. Era lo strumento in sé che esteticamente adoravano e non l’obiettivo. E infatti non è un caso che Sorel sia stato ammaliato dalla rivoluzione proletaria, ma anche da quella fascista. A proposito del tempo Bergson contrasta Enstein per la sua concezione del tempo relativo e in rapporto sempre con la velocità, e più è alta la velocità e più è lento il tempo (alla velocità della luce il tempo è fermo). Bergson lo contrastò con futili argomenti, quali quelli secondo i quali il tempo sarebbe un insieme di istanti impalpabili. E il grande scienziato delle sue critiche se ne fece un baffo e se ne uscì solo con una evangelica battuta: “Che Dio lo perdoni”. Non era Celentano e non era a Sanremo. Il tempo collegato alla vita vien da Bergson definito “durata”. Per lui esistono due diverse elaborazioni del passato: quella dovuta a semplici impulsi e quella dovuta a ricordi. Il primo caso si manifesta ad esempio in una poesia ripetuta più volte. A me capitava di sentir ripetere e di riprendere a memoria sempre quella poesiola di Natale che i miei genitori dicono io abbia recitato addirittura a un anno e mezzo dinnanzi all’albero: “Tutti vanno alla capanna a vedere cosa c’è….”. E’ un impulso ripetuto, non è memoria, che implica l’esistenza di uno spazio e di un tempo. Io non ricordo tanto il luogo e il tempo, ricordo le parole di quella poesia a forza di averla recitata. La memoria è un insieme di avvenimenti avvenuti in un luogo e in un tempo. E di solito ciò che è avvenuto si ricorda, solo che il nostro cervello ne rifiuta una parte e viene fuori solo ciò che viene giudicato utile. Questa è un’affermazione molto importante di Bergson che implica una sorta di consapevolezza dell’inconscio. Cioè di una funzione del nostro cervello che era fino ad allora ignorata. Ciò che esiste e non viene alla luce. Questo per Bergson avviene nella dimensione del ricordo. Le deficienze sono causa non della parte spirituale, ma dei meccanismi motori. Ci sono le amnesie, dunque, e le funzioni del cervello sono molteplici. Ma la sua funzione dominante, per Bergson, è quella di limitare la nostra vita spirituale a ciò che è praticamente utile. Se non fosse per il cervello, dunque, tutto sarebbe percepito e invece percepiamo solo ciò che ci interessa. Il cervello viene dunque concepito come limitazione. E assume la funzione del peccato originale, che se non ci fosse stato (ah, maledetta quella mela…) tutto sarebbe stato paradisiaco. Naturalmente Bergson non fa differenza tra i cervelli. E per lui questa funzione è universale. Vale per quello di Wagner, che è stato sottoposto ad autopsia per vedere che razza di roba era, e per quello di Di Pietro. Bergson era davvero un grande filosofo e infatti anziché un Nobel per la filosofia si meritò quello per la letteratura nel 1927. Era un grande scrittore, un esimio letterato, un esteta, un poeta. Ci resta la sua concezione vitalistica dell’uomo (con l’istinto-intuizione e non con l’intelletto), che egli mette al centro della sua filosofia, come Marx aveva fatto con l’uomo-proletario, Hegel con l’uomo-spirito e Kant con l’uomo- ragione. Anche lui si inquadra nei grandi rivolgimenti filosofici e politici del suo tempo, che si colloca tra l’otto e il novecento, quando già Nietzsche aveva proclamato la morte di Dio, del vecchio Dio, cioè delle certezze del passato. E vennero alla luce tutte le tendenze ideali e politiche, che consolidatesi e concretizzatesi solo dopo la prima guerra mondiale, alimenteranno l’intero novecento e verranno spazzate via solo dall’89 europeo. Per le verità, se qualche rapporto poteva essere considerato esistente tra la sua filosofia e alcune degenerazioni della ragione nel novecento egli, di famiglia ebrea, non poté esimersi dal combattere l’antisemitismo e di particolare rilievo morale fu la sua scelta di rinunciare a tutte le cariche e onori che gli erano stati precedentemente attribuiti piuttosto che accettare di essere un’eccezione alle leggi antisemitiche imposte dal governo di Vichy. Pare infine che volesse convertirsi al cattolicesimo, ma fu indotto a rinunciarvi per solidarietà con i suoi correligionari ebrei verso i quali era cominciata (Bergson morì ad Auteuil in Francia nel 1941) in Germania la persecuzione nazista. Che anche lui abbia scritto qualcosa che avesse potuto indurre non certo all’odio razziale, ma al troppo astio per una ragione che andava forse riformulata, ma non gettata a mare e sostituita dall’estetico trionfo dell’istinto? Un odio per valori di razionalità questi sì inconciliabili con le tragedie del Novecento? Capita, a volte nella storia, che qualcuno abbia generato il suo boia. E che poi l’abbia combattuto anche con qualche rimpianto di troppo.

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