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Saviano, il riformista che esalta Turati

28 Febbraio 2012 3.354 views One CommentStampa questo articolo Stampa questo articolo

Nella recensione del libro di Alessandro Orsini “Gramsci e Turati: le due sinistre”, apparso oggi, 28 febbraio, su “La Repubblica”, ad opera di Roberto Saviano, emerge, oltre a quello di Gramsci e di Turati, anche il caso di Saviano, che si presenta nelle nuove vesti di riformista e di turatiano di ferro. Non lo avevo finora sempre compreso e dunque me ne rallegro, perché le affermazioni di Saviano sono non solo condivisibili, ma anche illuminanti sul piano storico e politico. Intanto la condivisione che in Italia sono state due solo le sinistre e non cento o una sola. Due, perchè tante sono le correnti politiche che traggono origine della cultura riformista e da quella rivoluzionaria (ora anarco-insurrezionalista, ora sindacalista rivoluzionaria, ora massimalista, ora comunista). Che Gramsci sia stato (non è giusto dare di lui una sola versione che finisce per divenire anche un po’ caricaturale) anche uno dei più strenui e fanatici esponenti del filone massimalistico-rivoluzionario e comunista non v’è dubbio alcuno. Uno dei più violenti verbalmente, almeno nel periodo della redazione del suo Ordine Nuovo, come ci ricorda Saviano, il quale riporta un suo giudizio su un avversario politico: “La sua personalità ha per noi, in confronto della storia, la stessa importanza di uno straccio mestruato”. Ancora Saviano ricorda che egli “invitava i suoi lettori a ricorrere alle parolacce e all’insulto personale contro gli avversari che si lamentavano delle offese ricevute: “Per noi chiamare uno porco se è un porco, non è volgarità, è proprietà di linguaggio”. E Saviano ancora ricorda: “Arrivò persino a tessere l’elogio del “cazzotto in faccia” contro i deputati liberali. I pugni, diceva, dovevano essere un “programma politico” e non un episodio isolato. Aggiugerei il linguaggio col quale, dalle colonne dell’Ordine Nuovo del 28 agosto del 1920, giudicò Camillo Prampolini e l’esperienza dei riformisti reggiani: “Coi moralisti di Reggio Emilia (che avevano definito moralmente ripugnante il metodo leninista) è inutile continuare una discussione teorica. I moralisti di Reggio Emilia hanno sempre dimostrato di essere capaci di ragionamento quanto una vacca gravida, hanno dimostrato di partecipare alla psicologia del mezzadro, del curato di campagna, del parassita di un arricchito di guerra. E’ inutile sperare che un barlume d’intelligenza illumini la loro decorosa idiozia di fra Galdino alla ricerca delle noci per ingrassare la clientela elettorale (….). Tra Lenin, che ha sempre affermato il metodo dei bolscevichi, che ha dedicato venticinque anni per organizzare il Partito bolscevico russo, che ha sofferto l’esilio, la fame, il freddo per sostenere lealmente e apertamente le sue idee e il suo metodo, tra Lenin e Prampolini e Zibordi che hanno dedicato la loro vita a procurare i favori dello stato borghese per le cooperative emiliane, favori che lo stato borghese concedeva strappando il pane di bocca agli ignoranti e sudici contadini di Sardegna, di Sicilia e dell’Italia meridionale, tra Lenin e gli scrittori de “La Giustizia” (…), tra Lenin e questi sinistri idioti che è più ripugnante moralmente? A Reggio Emilia si apre lo spaccio della moralità da sacrestani ubriachi. Perché questi cooperatori (…), questi ingrassatori di porci con la biada governativa, perché questi concorrenti della plutocrazia siderurgica nel domandare la protezione dello stato borghese, non hanno avuto il coraggio di uscire dal partito dopo il congresso di Bologna?”. Gramsci parlava così di Prampolini, di Zibordi dei socialisti di Reggio Emilia, autentico modello del socialismo italiano per fede, dirittura morale, concretezza e coerenza. Saviano ricorda la differenza di linguaggio, e dunque di tolleranza e di rispetto per le opinioni altrui, dei riformisti. E in particolare, naturalmente, di Turati del quale il libro di Orsini sottolinea lo spirito eretico, e vi aggiungerei anche l’ironia laica. In realtà l’amore dell’eresia è il frutto della fede per l’antidogma. I riformisti non sono mai convinti di possedere la verità, credono che la via migliore sia quella gradualista, di conquiste parziali e successive come disse Turati “nelle cose e nelle teste”. Il socialismo in divenire, un processo più che un obiettivo finale. “Perchè altro non c’è”, lo sottolineò il leader riformista a Livorno nel gennaio del 1921. Imputato numero uno al congresso di Roma del 1918, per avere intuito che dopo Caporetto la guerra era diventata di difesa del nostro territorio e non si poteva restare con le mani in mano, imputato al congresso di Bologna del 1919, perchè non favorevole ad impiantare i soviet in Italia e alla dittatura del proletariato, imputato a Livorno nel 1921, perché sensibile all’idea di collaborare coi popolari contro la reazione fascista, Turati se ne uscì con il famoso e illuminante avvertimento profetico : “Quand’anche aveste impiantato i soviet in Italia se uscirete salvi dalla reazione che avrete provocata e se vorrete fare qualcosa che sia veramente rivoluzionario, qualcosa che rimanga come elemento di società nuova, voi sarete forzati a ripercorrere completamente la nostra via, la via dei socialtraditori di una volta e dovrete farlo perché essa è la via del socialismo che è il solo immortale, il solo nucleo vitale che rimanga dopo queste nostre diatribe, perché tutto il resto è clamore, è sangue, terrore, reazione, delusione. E dovendo percorrere questa strada voi dovrete fare opera di ricostruzione sociale. Io sono qui oggi alla sbarra, dovrei avere le guardie rosse accanto, perché in un discorso alla Camera “Rifare l’Italia”, cercai di sbozzare il programma di ricostruzione sociale del nostro paese. Voi temete di costruire oggi per la borghesia, preferite lasciare crollare la casa comune e pensate al “tanto peggio, tanto meglio degli anarchici “senza pensare che il “tanto peggio” non dà incremento che alle guardie regie e al fascismo”. E infine:  “Il nucleo solido è nell’azione, che non è l’illusione, che non è il miracolo, la rivoluzione in un giorno o in un anno, ma l’abilitazione progressiva, faticosa, misera, per successive, graduali conquiste obiettive e soggettive, nelle cose e nelle teste, della maturità proletaria a subentrare nella gestione sociale, sindacati, cooperative, potere comunale, parlamentare, cultura, tutta la gamma, questo è il socialismo che diviene. E non diviene per altra via: ogni scorciatoia non fa che allungare il cammino. La via lunga è la sola breve”.

One Comment »

  • Antonio said:

    Per ragioni di completezza, pubblico qui la risposta che Alessandro Orsini ha scritto a uno dei suoi recensori più critici, il prof. D’Orsi. Credo possa essere utile per una comprensione più piena della questione:

    Angelo D’Orsi, professore nell’Università di Torino, ha attaccato Roberto Saviano per avere recensito il mio ultimo libro su Repubblica (Gramsci e Turati. Le due sinistre, Rubbettino): “Saviano – ha detto − l’ha fatta fuori del vaso e il libro di Orsini è una porcheria”. D’Orsi ha addirittura dichiarato che Saviano “andrebbe fermato”, limitandolo nella parola.
    Lo sfogo di D’Orsi conferma la mia tesi. Due sono le principali culture politiche della sinistra.
    Vi è la sinistra di Gramsci, il quale invitava a chiamare “porci”, “scatarri”, “pulitori di cessi” e “stracci mestruati” coloro che erano in disaccordo con i suoi convincimenti ideologici; e vi è la sinistra di Turati che condannava l’insulto e promuoveva il libero confronto delle idee.
    La sinistra di Gramsci produce un tipo di intellettuale che ricorda la figura del chierico della Chiesa medievale: è un organo del Partito. E il Partito è concepito leninisticamente come una macchina da guerra il cui dichiarato obbiettivo è la dittatura. Certo, nei Quaderni, Gramsci alla strategia della “guerra di movimento” oppose la strategia della “guerra di posizione”. Ma si trattava pur sempre di guerra. E in guerra non c’è spazio per la tolleranza. C’è solo un imperativo: annientare l’avversario incominciando con la sua degradazione morale, che non può fare a meno dell’insulto.
    Sotto il profilo del metodo, D’Orsi ha attaccato il mio libro perché, a suo dire, non terrebbe in considerazione il contesto in cui Gramsci pronunciava le offese e gli inviti alla violenza contro i suoi critici. A D’Orsi rispondo che il contesto storico-politico in cui vissero Gramsci e Turati fu lo stesso. Nonostante ciò, Gramsci e Turati difesero principi e valori opposti, come ho spiegato nella nota sul metodo che chiude il volume.
    Gli uomini, pur essendo influenzati dal contesto in cui vivono, rispondono in maniera differente davanti agli stessi stimoli. Questa diversità nel rispondere in situazioni analoghe è, in larga parte, una conseguenza dei valori interiorizzati dall’individuo. La crisi economica che investì la Repubblica di Weimar coinvolse milioni di tedeschi, ma non tutti abbracciarono il nazismo. Allo stesso modo, non tutti i professori universitari italiani giurarono fedeltà a Mussolini. Gli uomini non rispondono in maniera meccanica agli stimoli che ricevono dall’ambiente esterno.
    Gli uomini scelgono.
    Gramsci e Turati militavano nello stesso partito quando Mussolini si affermò al congresso socialista di Reggio Emilia; quando ci fu il biennio rosso; quando Lenin impose il Terrore; quando Mussolini conquistò il potere. Eppure, scelsero valori opposti, perché le loro culture politiche erano inconciliabili. Turati promosse sempre la pedagogia della tolleranza. Gramsci, invece, la pedagogia dell’intolleranza e l’elogio dell’insulto.
    Il metodo dell’analisi culturale comparata − che ho impiegato per la prima volta nello studio della figura di Gramsci − ha esattamente questo obiettivo: mostrare il potere condizionante delle culture politiche e delle teorie pedagogiche, le quali non coincidono con l’azione, ma la predispongono in maniera decisiva. Alessandro Orsini

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