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La filosofia sessantottina

2 aprile 2012 28.043 views No CommentStampa questo articolo Stampa questo articolo

Nella misura, in cui, al limite, dico e cioè, il discorso è un altro, non si può vivere in un ghetto d’oro in un mondo di merda, no alla razionalizzazione del sistema, fare esplodere le contraddizioni, il punto vero, la piattaforma, il nozionismo, la scuola di classe. Il sessantottismo fu una rivoluzione del linguaggio, e anche del modo di ragionare e di vivere, del modo di vestire e di comportarsi. Un’intera generazione mondiale è stata formata così. Mica una generazione di deficienti e nemmeno di incolti. Anzi. Erano giovani che avevano deciso di leggere e di studiare, ma solo quello che interessava loro. E soprattutto li unificava e appassionava la smania di cambiare un mondo che non era per niente “il migliore dei mondi possibile” come diceva Leibniz che era conosciuto solo per aver detto questa stupidaggine. Eppure il mondo era messo maluccio davvero. Giriamolo un po’: negli Usa una parte di giovani ventenni erano impegnati in armi lontano da casa per difendere i sudvietnamiti dall’aggressione dei nordisti o vietcong che venivano concepiti invece come veri e propri patrioti, come tutti i popoli che si ribellavano “all’imperialismo americano”. Morivano, rientravano feriti e mutilati, orribilmente scossi dalla tragedia che avevano vissuto nelle foreste tra bombe e napalm, mentre Bob Dylan e Joan Baez cantavano gli inni pacifisti, cinque anni dopo che John Kennedy era morto assassinato nell’agguato, ancora misterioso, di Dallas e proprio nell’anno del crudele omicidio in patria del nobel nero Martin Luther King e del candidato democratico alla Casa bianca Robert Kennedy. L’America latina era una sorta di continente caserma in larga parte dominato da dittature militari, e in una di queste aveva perso la vita Che Guevara poco più d’un anno prima, il guerrigliero intellettuale che con Fidel Castro aveva guidato la rivoluzione cubana alla fine degli anni cinquanta. L’Europa era popolata da tre regimi di stampo dittatoriale: quello portoghese di Caetano, quello spagnolo di Franco e quello greco dei colonnelli che avevano preso il potere nel 1967. L’Africa era lontana e rimbalzava alle cronache solo per qualche rivolta repressa nel sangue. La fine di alcuni regimi coloniali (Algeria, Tunisia, Congo e altri) non aveva certo permesso la creazione di moderne democrazie e dilagava ovunque la fame e la morte. Poi c’era l’Est e c’era l’Asia. E lì il sessantotto fece flop, perché non li considerò nemici, anzi considerò alcuni di questi veri e propri modelli. Soprattutto la Cina di Mao coi suoi libretti rossi e la sua macabra rivoluzione culturale, i milioni di morti e una popolazione alla fame. C’era l’Impero sovietico che, dopo quella dell’Ungheria del 1956, dovrà vivere proprio nell’estate del 1968 la nuova tragedia del’invasione sovietica in Cecoslovacchia. Il sessantotto europeo e italiano fu marcatamente antioccidentale. E’ vero che in una prima fase esso fu antiautoritario. Pensiamo al maggio francese e alla sua fantasia al potere, allo slancio di creatività che poi si scontrerà con la paura di cambiare (quella he “vi ha fatto tremare il mento” canterà De Andrè) e votare ancora per De Gaulle. E’ vero che in Italia i precursori del sessantotto furono gli studenti che pubblicavano al Liceo Parini di Milano “La zanzara” e osavano parlare di sesso. E’ vero che il grande conflitto generazionale si era aperto nelle famiglie: e cioè tra i valori di chi credeva al benessere conquistato dopo la guerra, con tanto di agognata Cinquecento e frigo e ascensore nel condominio fuori porta, e quelli di chi li dava per scontati, non se ne accontentava e pensava invece a un mondo ideale scontrandosi coi genitori che non li capivano, coi professori che non li capivano, a volte anche col vigile urbano che non li capiva. L’incomprensione era assoluta e anche il linguaggio che cominciò a definirsi unico e autoreferenziale, come se a comprenderlo potessero esserci solo loro, i giovani che si sentivano prescelti per la redenzione del mondo. Il conflitto era evidente e segnava la generazione del mondo occidentale tutt’intero (quello orientale aveva altri problemi, che però risalteranno in questo anno maledetto anch’essi grazie alla stessa generazione). Che cosa odiavano i sessantottini? La supplente coi baffi (perché era bruttina e anche nozionistica). La prendevano in giro, la facevano piangere, le davano del tu mentre loro pretendevano il lei. Manteniamo il distacco. Odiavano dunque il nozionismo, mai sapere quando era nato Garibaldi, ma solo se Garibaldi era davvero per la lotta di classe, mai conoscere quando cadde il fascismo in Italia, ma solo esaltare coloro che eroicamente fecero cadere i bronzi di Mussolini il 26 luglio. Nacque “il discorso è un altro”. Cioè se ti fanno una domanda alla quale non si sa rispondere, allora devia. Perché il discorso non è quello lì, ma un altro, appunto. Quale? Non si sa. E’ la risposta alla risposta, non alla domanda. E’ il dire solo quel che hai in testa tu strafregandotene di quello che ti domandano. Nasce la filosofia altrista. Poi l’odio si estese chissà perché alle ore di ginnastica e di religione. Di religione passi, ma di ginnastica perché? Perchè quel “mens sana in corpore sano” era detto fascista. E loro, i sessantottini, si ne infischiavano del fisico e delle docce, delle pertiche e delle corde. Loro esaltavano il rachitismo, il nomadismo, l’etilismo, il filocastrismo anche nelle barbe incolte, sempre a metà tra Francesco Guccini, Shell e Che Guevara, con l’eschimo come divisa da militante. Piacevano anche di più alla ragazze. Le ragazze, e forse si ritorna Freud. La libido del sessantotto. Pensiamo coloro che piccoli, col naso schiacciato e un po’ deformi, avevano lo zero assoluto di possibilità di sciupare una bella ragazza della ricca borghesia nel pre sessantotto. Troppo brutti, troppo poveri. Col sessantotto erano saltati gli schemi. Anzi, un ragazzaccio, che usava la parola in assemblea, e anche quel “nella misura in cui” che era diventato il vero leit motiv d’una generazione di ribelli, aveva molto più charme di un belloccio timido e muto. Perché santo Dio, va bene l’estetica, ma vuoi mettere un tipo impegnato, un militante della rivoluzione, un essere umano tutto dedito agli altri? Anche le ragazze erano conquistate con la lotta di classe, e quelle borghesi cedevano al fascino non tanto proletario, ma del limpido cantore del proletariato. Si teorizzò a tal proposito anche la Comune. Che però aveva uno strano significato, assai ambiguo. Perché chi la proclamava si arrogava il diritto di zompare con la tua ragazza, ma tu non dovevi toccargli la sua. La comune sua, allora. Poi i seminari, i gruppi di studio, i confronti, i sit in del sabato pomeriggio in piazza, le occupazioni, le assemblee scolastiche vietate ai genitori e i ritorni a casa melanconici e accaldati dopo decine di minuti di parole, di sorrisi, di abbracci. E i compiti in classe di gruppo dove li mettiamo e le interrogazioni di gruppo e quelle volontarie e il sei politico. Una generazione che si accontentava della sufficienza. Una filosofia contraddittoria, un po’ come quella di Sartre. Eppure si leggevano, o si faceva finta di leggere, Marcuse, Adorno e Horkeimer, si coniugava spesso Marx con Freud e qualche volta, troppo spesso, con Lenin e anche con Stalin e Mao. Della cultura proletaria i marxisti leninisti di “Servire il popolo”, quelli più ortodossi, volevano recepire anche i valori più conservatori. “Tagliati i capelli come vogliono gli operai e se zompi una ragazza sposala, devi dare l’esempio al popolo”. Quasi nessuno diede l’esempio. E il popolo non se ne adontò. Anche perché certo Aldo Brandirali, che era il Mao di piazza Duomo e che veniva omaggiato con slogan in ogni fine riunione, decise di rompere col movimento e di approdare più tardi sui banchi dell’Udc. Nella vita solo gli stolti non cambiano mai idea. Certo, da Mao a Casini il passo è lunghetto… Che cosa resta di tutto questo, del “punto vero” che doveva essere afferrato col pugno più in alto possibile e portato giù diritto perché l’idea era chiara se collocata su una linea retta? E cosa resta di quel “al limite” che ti sovrastava sempre come se tutti i ragionamenti fossero estremi. E mai mediani. E come se un concetto, per essere dimostrato vero, dovesse sempre essere dilatato oltre misura: “Ho un papà che mi proibisce di andare a letto tardi”. Traduzione “al limite”: “Al limite potrebbe anche proibirmi di uscire, di rincasare, di essere figlio”. Ma tutto questo era una estremizzazione concettuale. Che stravolgeva la realtà. La realtà è in quel che dico, non nelle conseguenze estreme che ne trai tu. Questa assurda teoria deduttiva portò al disastro. Se la democrazia occidentale non è realmente democratica perché la sociètà è divisa in classi, allora “al limite”, è come il fascismo o il nazismo. E allora che cosa si deve fare contro dittature così sanguinarie? Sparare, no? Credo che il sessantotto sia fallito proprio per quel discorso portato “al limite”. Fosse stato nel limite avrebbe davvero segnato, come una luce di rinnovamento di valori e di comportamenti, la nuova epoca.

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