Home » Nazionale

Il Psi per i diritti umani (relazione di Del Bue al convegno di Udine sui diritti civili)

2 dicembre 2012 841 views No CommentStampa questo articolo Stampa questo articolo

Siamo venuti a Udine, la terra di Loris Fortuna e di Beppino Englaro, per rileggere e rilanciare una storia affermando nel contempo un impegno solenne per il futuro. Dopo lo scisma socialista si sono messi in piedi diversi tentativi di recupero e di rilancio fino alla rifondazione del Psi, che risale a pochi anni orsono. Socialisti si sono ritrovati in schieramenti e partiti distinti. Personalmente, da laico convinto, non sono mai stato fautore di scomuniche, tanto siamo stati scomunicati noi dai tribunali del dogma e dell’ortodossia della sinistra ufficiale. Eppure un tema, che segna la storia socialista italiana più di qualsiasi altro e che diventa principio inderogabile per affermare un’identià, un tema si configura come barriera invalicabile pena il venir meno del nostro carattere distintivo più profondo. E il tema è quello della libertà dell’uomo, dei suoi diritti, del rispetto della sua dignità, senza subire sopraffazioni di carattere politico, etico e religioso. La libertà contro la superstizione, contro il fanatismo, contro l’intolleranza, contro l’idea che, sui valori non condivisi, una tesi debba prevalere sulle altre e non lasciare a tutte il diritto di affermarsi. Uno stato o è laico o è etico. E lo stato etico, e non bisogna scomodare Hegel per ricordarlo, sopprime le altre etiche. Non è solo questione di fedi religiose. Lo stato etico è di per sè autoritario. In Cina, ad esempio, l’imposizione dell’aborto come strumento di selezione delle nascite è il contrario della laicità, che presuppone invece il massimo rispetto per tutte le convinzioni, sia quelle di coloro che ritengono la maternità una scelta consapevole, sia di coloro che ritengono invece il diritto del feto da anteporre a quello di qualsiasi altro. Si può dunque essere laici e cattolici, e sono stati tanti i cattolici che pur ritenendo il matrimonio un vincolo indissolubile, lo hanno ammesso per chi non lo ritiene tale (poi ci sono anche quelli che lo negano per gli altri e lo ammettono per loro e ne contiamo di autorevolissimi). E costoro hanno votato a favore del divorzio in quel meraviglioso e ormai lontano 12 maggio del 1974. Così come si può essere atei e integralisti, come in fondo erano i comunisti, e spesso anche quelli di casa nostra, così poco sensibili alle battaglie di libertà, schierati a favore dell’articolo sette della Costituzione che i socialisti invece non votarono, e in retroguardia nelle successive battaglie per affermare il diritto al divorzio e la legge sull’aborto. Due battaglie che portano entrambe il glorioso nome di Loris Fortuna. Vi posso confessare un mio personale ricordo. Eravamo, noi giovani del post sessantotto, nel Psi demartiniano dell’epoca alla ricerca di motivi di distinzione dai comunisti che ci avevano ormai balcanizzato col berlinguerismo, il compromesso storico, poi perfino, dopo le elezioni del 1976, con la suggestiva proposta di Asor Rosa di fondare un partito che mettesse addirittura insieme Lenin e Turati. Ci voleva coraggio per un giovane a divenire socialista, soprattutto in una trincea come quella emiliana. E il coraggio noi lo trovammo in quelle meravigliose battaglie sui diritti civili di cui Loris era capofila e che erano intraprese anche dai compagni radicali, allora extraparlamentari e impegnati in sit in, digiuni e provocazioni televisive. Loris Fortuna lo conobbi al congresso di Genova del 1972, all’epoca avevo solo ventun’anni e aderivo alla corrente autonomista di Nenni e Craxi, esigua minoranza nel partito. Vi avevo aderito anche perchè vi aderiva lui, Loris Fortuna. Nacque poi una simpatia e anche una frequentazione che portò Loris a Reggio Emilia, per un grande comizio in occasione della campagna referendaria del maggio del 1974 e poi ancora nel 1976, dopo la secca sconfitta del Psi del “mai più al governo senza il Pci”, mi rivolsi ancora a lui che partecipò alla festa dell’Avanti provinciale anche per trovare nuova linfa per continuare a credere nel Psi, poco prima del Midas che iniziò il nuovo corso di Craxi. Fortuna aveva combattuto per la libertà fin da ragazzo. Era nato nel 1924 e a Udine era arrivato da bambino dalla lombarda Breno, perchéil padre era stato trasferito presso il locale tribunale come cancelliere. Aveva combattuto come partigiano nelle brigate Osoppo e Friuli e convinto che il Pci rappresentasse una superiore sintesi dei valori di giustizia e libertà aveva aderito a quel partito nell’immediato dopoguerra e fino al 1956. Nell’anno del ventesimo congresso del Pcus e delle denunce dei crimini di Stalin e ancor più a seguito dell’invasione dell’Ungheria che Togliatti appoggiò e Nenni condannò, aveva scelto nuovamente la libertà, abbandonando il Pci assieme a molti altri intellettuali e uomini politici e aderendo al Psi. Loris divenne in breve segretario della federazione del Psi di Udine e poi, nel 1963, venne eletto per la prima volta deputato. E sul tema delle libertà e delle garanzie si impegnò subito proponendo limiti al sistema della carcerazione preventiva, questione quanto mai attuale anche oggi, interventi a tutela del difensore nel dibattimento, modifiche del codice del tribunale di pace. Ma il tema che lo vide subito impegnato fu quello della legge sul divorzio. Pensate, questo forse nessuno lo sa, ma il deputato che inoltrò la prima proposta di legge sulla possibilità di interrompere il vincolo matrimoniale fu il socialista reggiano Alberto Borciani nel 1901. Nel 1965 era ancora scandaloso trattare l’argomento, a tal punto che Nenni, impegnato da poco al governo del Paese con la Dc, pregò Loris di soprassedere. Ma per poco. I socialisti sapevano che non potevano aspettare. E così tutto il Psi si impegnò nell’iter parlamentare della sua legge che venne accorpata con quella del liberale Antonio Baslini e poi definitivamente approvata nel dicembre del 1970. La Dc non ruppe l’alleanza e promosse un referendum abrogativo e Fanfani venne sconfitto in alleanza con Almirante in quel 12 maggio di libertà del popolo italiano. Ricordo tutto questo perché  un partito ispirato da una religione, le Dc, finì per compiere una scelta laica, mentre pochi anni fa un partito che si vanta di una identità liberale, il Pdl, ha compiuto nei confronti del nostro Englaro la scelta più integralista e oscurantista che sia mai stata compiuta in Italia. Il tentativo di approvare un decreto che impedisse la libera scelta tramandata al padre da una ragazza poi trascinata in stato vegetativo da 17 anni, ribaltando sentenze di diversi tribunali, probabilmente dettata da altri, venne consapevolmente adottata in nome del fanatismo religioso. Si trattava di un decreto di stampo medioevale contro la libertà di morire alla luce di una visone della vita di stampo mistico-biologico. Non per la vita intesa come volontà o soffio vitale, ma come puro esercizio meccanico. E mi ricollego all’inizio. Quegli ex socialisti come Cicchitto, Sacconi, e altri, ma non il vostro Ferruccio Saro, uno dei pochi a dissentire, assieme al presidente della vostra Regione Tondo, forse per aver assimilato in questa terra le lezioni di Loris e di Beppino, quei socialisti che hanno acconsentito a quel tentativo illiberale hanno violentato una delle ragioni più profonde e nobili dell’identità socialista e sono colpevoli di aver non solo dimenticato, ma anche oltraggiato Loris Fortuna e cestinato la sua eredità. Ma torniamo a Loris che, dopo la battaglia sul divorzio, vinse anche quella per la legalizzazione dell’aborto, facendo uscire dall’anonimato le migliaia di donne morte per aborto clandestino, vittime di mammane, fatucchiere e medici interessati e corrotti. Eravamo l’unico Paese europeo a non essere dotato di una legge sull’interruzione del vincolo matrimoniale, rischiavamo di restare l’unico che continuava a ritenere reato perfino l’aborto terapeutico. A preferire la morte della madre alla morte del feto. Quanti banchetti, quanti comizi e assemblee per raccogliere le firme del referendum abrogativo delle norme che penalizzavano l’aborto. E ricordo anche su questo la timidezza, la moderazione, la reticenza, la preoccupazione dei comunisti. Tutti protesi a non fornire alibi ai democristiani per frenare il loro avvicinamento al governo, ma anche intimamente convinti che le grandi battaglie di libertà civili restavano marginali, secondarie, forse anche incompatibili col loro patrimonio storico. Di diverso comunisti e socialisti avevano anche il linguaggio. Loro parlavano di masse, noi di cittadini e di individui. L’incontro tra le masse comuniste e cattoliche, ricordate, di togliattiana memoria. Le masse non esistono, sono un nominalismo falso. Esistono gli individui più o meno associati, esistono gli interessi, esistono le categorie, e nemmeno le classi erano già allora ben definite. Noi ci convincemmo che un socialismo liberale fosse quel che mancava all’Italia e dopo l’approvazione della nuova legge in Parlamento, esattamente nello schema del tragitto che ci aveva portato al divorzio, dovemmo affrontare e vincere anche la nuova sfida referendaria del maggio del 1981, peraltro a pochi giorni dall’attentato al pontefice. Fortuna ci lasciò in una fredda giornata del dicembre del 1985 quando da poco aveva depositato l’ultima sua proposta di legge, quella sul fine vita, sull’eutanasia cosiddetta passiva. E proprio su questa materia il testimone è stato impugnato da Beppino Englaro, un altro uomo della vostra terra, un altro socialista. Che avrebbe fatto volentieri a meno di diventare il simbolo di una nuova battaglia di libertà. La morte della figlia è il dolore più atroce e incomprensibile che un uomo possa provare. Ci vuole molto coraggio e anche molto amore, per fare di questo avvenimento un’occasione per una nuova lotta. Una lotta per esaudire un desiderio lasciato in eredità, che era più forte e impegnativo di tanti impedimenti legislativi. E durante la lotta durissima, ultradecennale, condotta in nome della figlia contro l’oscurantismo e per l’affermazione della volontà di quest’ultima che intendeva far rispettare, Englaro ha voluto trasformare la scelta di Eluana in un principio da far valere per tutti. Per questo Beppino, che ho conosciuto e abbracciato, ha finito per fare politica. Nel senso più nobile del termine. Ha tentato, e la cosa non è ancora riuscita, ma noi siamo qui anche per questo, di far sì che tutti potessero avvalersi del diritto ad una morte libera e dignitosa. Nel testo originario presentato al Senato, ma anche in quello parzialmente modificato alla Camera, viene solennemente affermato che idratazione e alimentazione artificiali non possono essere oggetto di Dat (cioè di dichiarazione anticipata di terapia) perché non sarebbero terapie, ma solo sostegni vitali. Il sondino obbligatorio, com’è stato definito, è il contrario della libera scelta. Qui si scambia ancora una volta la vita con la vita vegetale. E’stato rivelato scientificamente che un paziente in quello stato non può avere né fame né sete. Ho letto su questo le illuminanti affermazioni del dottor Bernard Devalois. Eppure il teocon Giuliano Ferrara aveva addirittura promosso la raccolta delle bottiglie d’acqua davanti al duomo di Milano e che dire delle donne invasate che avevano accerchiato, vicino alla clinica di Udine, l’autoambulanza che portava il corpo di Eluana gridando “Svegliati, ti vogliono ammazzare”, come se Eluana capisse, e potesse davvero alzarsi come Lazzaro risorto, e suo padre non fosse altro che un pazzo desideroso della morte di sua figlia. E che dire di Berlusconi che se ne uscì con la più infelice battuta della sua vita: “Eluana aveva ancora un bell’aspetto e un’aria sana e potrebbe per ipotesi anche generare un figlio”. Che vergogna. Preferiamo il signore del Bunga Bunga. La nostra anomalia deve lasciare il passo a una legge europea. Se volgiamo lo sguardo agli altri Paesi notiamo infatti che la legislazione in materia è regolamentata da due diversi orientamenti. Il primo è quello ispirato alla liceità di una vera e propria eutanasia. Nei Paesi bassi, Belgio, Danimarca, Svezia, Svizzera, Lussemburgo e, nel mondo, in Australia e in Cina è ammessa la pratica dell’eutanasia, mentre in Inghilterra e Germania il suicidio assistito non è più considerato reato. Negli altri Paesi esiste una legge sul fine vita, compresa la Germania, che si è dotata del testo più recentemente e quando la signora Merkel era già al governo, che ammette l’interruzione delle cure attraverso la figura del fiduciario. Ma in nessun paese europeo esiste la sottile distinzione tra cura e alimentazione e idratazione artificiali che è invece il perno della legge italiana approvata al Senato e sia pur modificata marginalmente, anche in prima lettura alla Camera. Oltre, e prima, del caso Englaro, ha fatto scalpore in Italia il caso Welby, un uomo tenuto vita artificialmente, ma perfettamente in condizione di pensare e di comunicare e che aveva coscientemente scelto di morire, per por fine alle sue immani sofferenze. Sappiamo come è andata, quali reazioni ha suscitato la sua fine, sappiamo, purtroppo, anche come la Chiesa si è comportata negando i funerali religiosi. Viene in mente la bella canzone di Fabrizio De Andrè, “La ballata del Michè” che recita: “Domani alle tre nella fossa comune cadrà senza il prete e la messa perché di un suicida non hanno pietà”. Noi intendiamo procedere inspirandoci all’articolo 32 della Costituzione che afferma che “nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario” e alla convezione di Oviedo sui diritti umani, ratificata dall’Italia nel 2001, che afferma che “i desideri precedentemente espressi a proposito di un intervento medico da parte di un paziente che non sia in grado di esprimere la sua volontà saranno tenuti in considerazione”. Tra i tanti emendamenti al testo fa sorridere quello proposto alla Camera dal duo Barani-Binetti, la nuova coppia B2, che prevede di dichiarare preventivamente non tanto il trattamento al quale il paziente non intende sottoporsi, ma quello al quale intende sottoporsi, come se il paziente prima di esprimere un desiderio, dovesse laurearsi in medicina. Chiaro che così, caro Lucio Barani, che ostentavi la tua fede craxiana, si snatura qualsiasi legge sul fine vita, anche se forse si tutela quella sul fine carriera. Noi pensiamo di mettere assieme il testo di Loris del 1983 e quello tedesco approvato dal Parlamento e che non ha destato alcuno scandalo nella Chiesa germanica. E siamo certi che la nuova maggioranza che si determinerà col voto procederà a passi spediti su questa materia, lasciando che l’alimentazione e l’idratazione diventino davvero obbligatorie, ma per i bambini africani. Un secondo tema sul quale i socialisti intendono impegnarsi nel prossimo Parlamento è quello della fecondazione assistita. La pessima legge della quale l’Italia si è dotata nel 2004 e che un successivo referendum non ha potuto abrogare per la mancata partecipazione della maggioranza degli elettori, deve essere sostanzialmente, radicalmente, rivista.  Anche su questo tema esiste una forte anomalia italiana. Il testo infatti ammette solo la fecondazione omologa, cioè frutto della coppia non fertile, ed esclude quella eterologa, cioè introdotta dal seme o dall’ovulo di una terza persona. E in più pone un divieto di produrre più di tre embrioni, vietando la crioconservazione degli embrioni e la possibilità di usarli per fini terapeutici. Siamo al signor Embrione, che si intende tutelare addirittura più del feto. Cioè la legge 40 sulla fecondazione assistita è in evidente contraddizione rispetto alla stessa legge 194. Da un lato viene infatti vietata la diagnosi pre impianto, dall’altro si ammette l’aborto terapeutico. Su questo punto l’Italia è stata richiamata dalla Corte europea dei diritti umani. Ci sono stati otto anni di polemiche dopo l’approvazione della legge e in qualche caso la magistratura ha anche emesso sentenze che finiscono per invalidarla. Ultimo caso quello di un magistrato di Cagliari qualche giorno fa, il 18 novembre del 2012, che ha riconosciuto il diritto di effettuare un esame che permettesse di sapere se gli embrioni fossero affetti dalla stessa malattia genetica di cui erano portatori sani i genitori. Sembrerebbe una cosa normale in qualsiasi paese europeo, dove naturalmente non esiste tale assurdo divieto, che non sia l’Italia. Vorrei concludere ricordando che questa legge è stata votata anche da Francesco Rutelli, ex radicale pentito, e dalla Rosy Bindi, pasionaria anticraxiana e molto attenta ai diritti suoi di tornare in Parlamento. La terza questione sulla quale i socialisti si impegneranno nel prossimo Parlamento riguarda l’annoso tema delle cosiddette coppie di fatto. Ne accenno brevemente. La stessa Bindi ci lavorò tra il 2006 e il 2008 assieme a Barbara Pollastrini, e i Pacs divennero Dico. Che poi si trasformarono in Dicevo, perché il testo non venne mai approvato. Personalmente, su questo tema, la vedo così, e naturalmente chiedo al mio partito di discuterne perché, da laico, non penso di avere la verità in tasca. In Italia si era pensato a una sorta di doppia corsia. Da un lato i matrimoni civili, per le coppie eterosessuali, dall’altro unioni civili riservate sia alle coppie eterosessuali che non intendono contrarre il matrimonio, sia alle coppie omosessuali. La Chiesa è intervenuta parlando di due ordinamenti contrapposti, due corsie che si sovrappongono. É vero, ma il tema che non si ha avuto il coraggio di affrontare è quello dell’equiparazione dei diritti delle coppie omosessuali e di quelle eterosessuali. È questo che ancora scandalizza e paralizza il Pd e finisce per dividerlo. Se Marco ama Lucio, magari anche Dalla, è giusto che d’incanto debba svanire alla morte di lui? Personalmente adotterei la via maestra. Quella intrapresa in Inghilterra dal conservatore Cameron, che ha proposto il matrimonio anche per i gay, quella già adottata da Hollande in Francia all’indomani della vittoria elettorale, quella precedentemente intrapresa da Zapatero in Spagna. Anche su questa materia siamo la cenerentola dell’Europa. Siamo qui davvero gli ultimi della classe, e nel mondo arriviamo dietro addirittura al Sudafrica. La via intrapresa da Francia e Inghilterra e precedentemente assunta dalla Spagna è oggi in vigore in Danimarca, la prima nazione a regolamentare i matrimoni tra gli omosessuali, in Olanda, Paesi Bassi, Belgio, Norvegia, Irlanda, perfino in Portogallo e in Argentina, e in ben nove stati americani. Ci sono statuti paralleli più o meno in condizione di accogliere i diritti di tutti negli altri paesi, ultimo dei quali la Germania, ma anche in Israele e perfino nelle Antille olandesi esistono regolamenti per le coppie omosessuali. Vedo che Bersani propone la legge tedesca, che è quella più moderata. Meglio poco che niente, certo. Pare che anche Casini su questo sia d’accordo. Ma noi socialisti, e sono convinto che Loris Fortuna lo avrebbe fatto, dovremmo essere un pó più coraggiosi. Essere italiani sul tema di diritti civili significa purtroppo ancora oggi e forse ancora più oggi che ieri, non essere europei, e noi vogliamo che l’Italia diventi europea. Anzi che si costruisca l’Europa politica, delle libertà, della giustizia sociale, della democrazia e non solo della moneta e delle banche. Che l’Italia diventi europea nel sistema politico, da una parte i socialisti e dall’altra i conservatori, che diventi europea nella giustizia con la separazione delle carriere dei magistrati, che oltre che in Italia non esisteva solo nel Portogallo di Salazar, vogliamo che lo diventi nelle riforme del mercato del lavoro prendendo, magari qui sì, a prestito qualche idea tedesca, e vogliamo soprattutto che lo diventi in materia di libertà, in nome di quei diritti umani dei quali i socialisti sono stati sempre assertori. E vi aggiungiamo una nuova battaglia di civiltà, di equità, di rispetto dei valori fondamentali delle donne, degli uomini, dei bambini. E cioè la piena affermazione dello jus soli. Chi nasce in Italia è un italiano. E non deve aspettare anni per vedersi riconosciuto un diritto acquisito per tutti tranne che per chi è figlio di un extracomunitario. Dal decreto Martelli del 1990 ad oggi i socialisti, che per primi si resero conto del fenomeno e tentarono di porvi rimedio secondo una logica di equità, non hanno mai abbandonato i principi cardine della loro ispirazione umanitaria, contraria ad attegiamenti razzisti ed egoistici. Noi qui oggi a Udine, la terra di Loris Fortuna e di Beppino Englaro ci dobbiamo sentire orgogliosi di appartenere a questa meravigliosa storia della quale si avverte proprio su questi temi ancor più l’assenza negli ultimi anni, e a Udine assumiamo un solenne impegno per fare di questi obiettivi il perno della nostra azione politica e parlamentare.

Leave your response!

Add your comment below, or trackback from your own site. You can also subscribe to these comments via RSS.

Be nice. Keep it clean. Stay on topic. No spam.

You can use these tags:
<a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <s> <strike> <strong>

This is a Gravatar-enabled weblog. To get your own globally-recognized-avatar, please register at Gravatar.