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Io lo conoscevo non bene

6 maggio 2013 733 views No CommentStampa questo articolo Stampa questo articolo

Sono stato deputato dal 1987 al 1994. Poi, ancora dal 2006 al 2008. Non ho potuto evitare di imbattermi in Giulio Andreotti che fu infatti presidente del Consiglio dal 1989 al 1992. Dopo De Mita e prima di Amato. Così come lo era stato in due opposte soluzioni politiche, quella del centro-destra coi liberali, dal 1971 al 1973 e quella dell’unità nazionale col Pci, dal 1976 al 1979. Andreotti, che cominciò a insediarsi al governo già con De Gasperi nell’immediato dopoguerra, venne dipinto da Pietro Nenni come “uomo di potere più che uomo di governo”. Ed era, almeno parzialmente, vero. Sembravano a lui assolutamente secondarie le scelte politiche, purchè tutte lo prevedessero come protagonista. Che la Dc aprisse a destra o a sinistra, che si formassero governi coi liberali o coi socialisti, che si aprisse o si chiudesse la stagione dell’unità nazionale coi comunisti, quel che importava era il suo ruolo. E da un certo punto di vista era perfino comprensibile, perché erano in fondo gli altri ad allearsi con lui, più di quanto non fosse lui ad allearsi con loro. Anche sui programmi si dimostrò piuttosto flessibile. Che fosse stato amico di Lima e che Ciancimino fosse nella sua corrente, questo non gli impedì di fare, con Claudio Martelli ministro della Giustizia, le leggi più dure contro la mafia delle quali l’Italia abbia mai scelto di dotarsi. Più volte ministro degli Esteri, lui atlantista quando era difficile, non lesinò appoggi alla causa del popolo palestinese e dialogò attivamente con gli arabi anche per impedire che l’Italia diventasse terreno di battaglia. Uomo colto e fine, soleva dissertare sull’antica Roma, forse anche per attingervi insegnamenti. Famosi i suoi libri scritti durante le lunghe e soffocanti sedute in Parlamento. Quando parlavi, ti sembrava che lui prendesse appunti e a lui piaceva che tu lo pensassi. Invece scriveva i suoi libri. Dissertando magari su Cicerone. Quando esplose il comunismo e saltò il muro di Berlino ebbe modo di commentare col suo solito sorriso sarcastico: “Com’é bello assistere a questi grandi rivolgimenti in casa d’altri…”. Si sbagliava. Di li a poco sarebbe esploso anche il nostro muro. Quando dicevano esistesse il Caf, decise di non votare  Forlani alla presidenza della Repubblica. Pensava a se stesso. Poi la strage di Capaci annientò anche le sue pretese. Un giorno, dopo un suo discorso parlamentare, gli diedi la mano. Me la sfiorò soltanto e la fece scivolare via. Non sopportava il contatto fisico. Impossibile che potesse dar baci.

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