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Ricordati di Claudio

26 novembre 2013 650 views No CommentStampa questo articolo Stampa questo articolo

Il libro di Claudio Martelli è una lungo racconto autobiografico. È una testimonianza di vita, col supporto di un contesto politico filtrato da molti motivi culturali, etici, sentimentali, psicologici. “Ricordati di vivere” è la storia di Claudio, che vive sempre nella sua intimità, nei suoi amori, figli, amicizie, che non svaniscono nell’impegno politico, anzi pare che lo subordinino, lo accrescano di calore, gli donino un profumo di autenticità. Come all’inizio, perché, come tutti i romanzi, anche questo ha un inizio e una fine, quando un ragazzo come tutti i ragazzi si innamora della prima ragazza. Ma anche di poeti e filosofi e dell’Europa del nord, delle sue cattedrali gotiche, dei suoi fiumi e città, vince la sua timidezza e si impegna a parlare in pubblico e a convincere gli altri e compie una scelta politica allora originale. Ma necessaria, sempre. Perché spesso negli anni sessanta si invitava fuori, al pomeriggio, una ragazza, e le si chiedeva: “Ma tu di che partito sei?”. E Claudio era repubblicano, perché mazziniano, laico. E piaceva alle ragazze, ma non solo perché filosofo, politico, poeta. Poi i compagni di gioventù, Ugo Finetti, Gianluigi Da Rold, Nuccio Abbondanza, i nomi della sua conversione al socialismo che provenivano come lui da altri lidi, e che si unirono nell’adesione alla Costituente socialista del 1966. E ancora l’incontro con Bettino Craxi, la suggestione di Pietro Nenni e quell’incontro col vecchio leader nel 1972, a Crains sur Sierre, con la fotografia di Claudio col volto infreddolito e un panno che ne proteggeva il suo tratto da adolescente. Il rapporto con Craxi domina la sua vita, almeno al pari di quello coi suoi amori spesso consumati con una velocità impressionante, ma che non muoiono mai, trasformandosi in imperiture amicizie, alla luce di una volubilità e stabilità, che si intrecciano e si saldano nel suo tratto così razionale e al contempo emotivo, anzi con una emotività forse troppo spesso governata dalla razionalità. Craxi è velocità, azione, coraggio, Martelli è complessità, profondità, dubbio. Claudio superò Bettino nella Rimini del 1982, quando lanciò la sua filosofia dei meriti e dei bisogni, come inedita e più moderna analisi sociologica, anticipando di trent’anni la versione della società post-industriale, mentre la sinistra era ancora avvolta nel tabarro marxista. Quando Bettino fu presidente del Consiglio Claudio fu reggente del partito ed impresse una svolta movimentista, coi referendum assieme ai radicali sul nucleare e la giustizia, con la lista liberalsocialista al Senato nel 1987, col tentativo di agganciare e redimere i reduci del sessantotto. Craxi e Martelli erano la stessa persona. Metà governo, metà movimento, metà pragmatismo, metà creatività. Erano complementari, si compensavano. Bettino aveva il carisma del capo, ti dava sicurezza, era convinto di vincere con la sua onda lunga, tranquillizzava e a volte aggrediva i perplessi, Martelli ti creava problemi che ti aiutava a risolvere, cercava soluzioni in campo aperto, amava riflettere sulla società di domani. Quando fu ministro della Giustizia Martelli seppe combattere coi fatti la mafia, volle con sé Giovanni Falcone, che dovette per questo subire i colpi di Orlando e di Magistratura democratica. Dopo l’assassinio di Falcone anche Claudio fu braccato, minacciato, protetto a vista. Quando Craxi e Martelli divennero due persone distinte, non potevano trovarsi concordi. All’uno mancava la metà dell’altro. Craxi era più votato alla tattica, Martelli alla strategia. Il primo guardava al presente, il secondo disegnava il futuro. Craxi non capi l’89, Martelli sì. Ma Claudio non poteva opporsi a Bettino, il suo fratello maggiore, il suo leader politico, il suo pigmalione. Esitò tre anni, ma dal 1989 capì che il mondo era cambiato, e anche l’Italia. Comprese i primi segnali della Lega, quelli del referendum Segni del 1991, e soprattuto le inevitabili conseguenze nazionali della caduta del muro di Berlino. Esitò. Nel 1992 era tardi. Tentammo insieme di salvare il partito. Gli proponemmo di farsi avanti perché era una risorsa del Psi e della sinistra riformista. Ma ormai il clima s’era fatto pesante, con l’azione del clan Di Pietro, la lotta al cinghialone del giornale feltriano, il leghismo col cappio, le monetine del Raphael coniugate con l’oltrismo di Occhetto. Eravamo finiti nell’angolo. Se Martelli non avesse litigato con Craxi si sarebbe salvato il Psi? No certamente, ha ragione Claudio. Così quel tentativo non fu dannoso, ma neppure produttivo. Si trasformò in un’azione disperata e neppure completata perché Martelli venne raggiunto da avviso di garanzia proprio il giorno prima dell’Assemblea nazionale che avrebbe potuto eleggerlo segretario. Dopo quel febbraio del 1992 fu solo pantano. E la marcia si è fatta logorante, sfibrante, quasi impossibile. Il romanzo si conclude con quel bellissimo, poetico, quasi pavesiano ultimo capitolo. Come ne “La Casa in collina”, quando tutto è concluso e il protagonista pensa alla guerra, a quelli che sono morti e soprattutto alla difficoltà di vivere per quelli che sono sopravvissuti. Il finale di Claudio è meno tragico, ma ugualmente amaro. Richiama la clamorosa autocritica di Borrelli secondo il quale Mani pulite avrebbero provocato un disastro. A volte basta sopravvivere per procurarsi impensabili soddisfazioni. Ricordati di vivere o, come scrisse Pasternak: “Non devi d’una minima parte venir meno alla persona, ma esser vivo, vivo e null’altro, vivo e null’altro fino alla fine”. Come sarebbe bello vivere due volte

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