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Tutti socialisti?

28 febbraio 2014 563 views No CommentStampa questo articolo Stampa questo articolo

Si apre a Roma il congresso del Partito socialista europeo, con l’annunciata adesione del Pd di Matteo Renzi. Si tratta di un fatto nuovo e di assoluto rilievo per noi. Una novità che dobbiamo salutare con favore e soddisfazione e soprattutto senza alcun sentimento di gelosia. E’ il Partito democratico che viene dove noi siamo sempre stati. Non è il contrario. Facciamo marcia indietro e riassumiamo i tempi e i termini del rapporto tra comunisti, post comunisti e poi democratici con la cornice socialista europea. Al momento della svolta della Bolognina, nel novembre del 1989, Achille Occhetto, a seguito della fine del comunismo dell’est e del crollo del muro, propose un cambio del nome del suo partito, la formazione di una nuova forza politica e, appunto, l’adesione all’Internazionale socialista. Ancora non era stato fondato il partito del socialismo europeo. Nel 1992 il Psi di Craxi, unico partito dell’Internazionale allora presieduta da Willy Brandt, diede il via libera all’operazione e il nuovo Pds, nato l’anno prima, divenne a tutti gli effetti membro italiano dell’Internazionale. L’adesione venne poi mantenuta anche dai Diesse, nati nel 1998 per marcare ancora di più il carattere europeo del partito italiano, con una rosa, simbolo socialista, inserita nell’emblema del partito.

Nel 2007 il Partito democratico venne fondato come punto di unificazione di Diesse e Margherita, e con la esplicita richiesta di quest’ultima, ma in qualche misura patrocinata anche dal primo segretario Veltroni, di accentuare più il carattere americano che europeo del partito, e dunque rifiutando di confondersi con l’identità socialdemocratica che riteneva superata e anche démodé. Così i suoi esponenti in Europa, che pure decisero di far parte del gruppo socialista e democratico nel Parlamento, scelsero una collocazione a metà strada, e divennero solamente invitati alle sedute del partito, del quale invece noi eravamo parte integrale. Insomma noi stavano dietro il tavolo e loro in sala. Situazione invero imbarazzante, ma per loro. Oggi possono sedersi nello stesso nostro posto. Restano due paradossi. E cioè che un leader, che proviene da quella stessa Margherita che aveva impedito la collocazione socialista europea del nuovo partito democratico, oggi sia il protagonista della scelta di adesione al Partito socialista europeo, e che il Partito socialista potrebbe, usiamo il condizionale, assumere anche la qualifica di democratico, divenendo cioè Psdi, per accogliere anche i post comunisti. Con evidente soddisfazione postuma di Giuseppe Saragat.

E qui nasce, anzi cade, un tema. Una questione di polemica sull’ambiguità del Partito democratico si estingue dalla nostra azione politica. E sorge un problema. Possiamo tenere in vita il nostro partito, la nostra orgogliosa, piccola comunità, se un grande partito acquisisce la nostra stessa identità? Potremmo riformulare così l’interrogativo. Era la collocazione europea l’unica questione che differenziava l’identità di Psi e Pd? La mia risposta è certamente no. Già i socialisti italiani non avevano sciolto la loro organizzazione quando il Pds-Ds faceva parte del mondo socialista europeo, perché mai dovremmo farlo ora che sui diritti civili e sulla giustizia manteniamo posizioni molto diverse? Resta però il fatto che due forze, o se preferite una forza e una debolezza, che rappresenta però una storia coerente, non possono reggere a lungo se hanno superato il motivo della loro divergenza di fondo. E dunque credo anch’io che occorrerà trovare qualche forma diversa di convivenza e di collaborazione. Questo non può significare la nostra estinzione, ma un diverso modo di esistere, questo è adesso forse anche necessario. Dovremo discuterne con molta laicità…

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