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Giù le mani ma mettiamoci la testa

21 settembre 2014 514 views No CommentStampa questo articolo Stampa questo articolo

In Italia ci sono circa 60 milioni di persone. I lavoratori dipendenti, tra aziende inferiori e superiori ai 15 dipendenti, sono 12 milioni, più 5 milioni di partite Iva e circa 4 milioni di precari. I lavoratori soggetti all’articolo 18 sono 7,9 milioni, ma rappresentano solo il 3 per cento del totale delle aziende. Sono dunque una piccola percentuale delle imprese quelle soggette all’articolo 18 e una minoranza, sia pur cospicua, dei lavoratori. Con l’ordinamento attuale solo questa piccola percentuale di imprese e questa minoranza di lavoratori gode di qualche protezione. Dopo la riforma Fornero, solo in cinque casi, che si riferiscono sostanzialmente a licenziamenti discriminatori, hanno diritto al reintegro. In altri casi, ma solo per questa minoranza di lavoratori, si procede a ricompense pecuniarie nei casi di licenziamento senza giusta causa.

Il resto dei lavoratori, e cioè la maggioranza, di diritti non ne ha. Ce ne vogliamo occupare? E perché il sindacato, ha ragione Renzi, non se n’è occupato? Io azzarderei una risposta che sostanzialmente è attinente la mancata sindacalizzazione dei lavoratori a tempo, precari, e di piccolissime imprese. Mi prenderò offese ma credo che il sindacato ami assai di più le grandi delle piccole imprese, quelle dove si aprono larghi spazi di potere e di rappresentanza. Ora il punto è il seguente. Dicono i sindacati e la minoranza del Pd coi Sellini alla grancassa. Se è così allora allarghiamo i diritti di chi ce li ha a chi non li ha. Cioè estendiamo l’articolo 18 anche alle imprese sotto i 15 dipendenti oppure accettiamo le tutele crescenti, ma dopo il periodo di prova applichiamo l’articolo 18 nelle forme precedenti.

Due soluzioni assai discutibili. La prima irrigidirebbe ancora di più un mercato del lavoro che ha bisogno di flessibilità, per attirare investimenti. Poco da dire a coloro che contestano la Bce, il Fondo monetario, la Commissione. Ma se gli orientamenti di costoro non vengono presi in alcuna considerazione vorrei sapere quali investitori stranieri verranno da noi, anziché recarsi, come sta succedendo, in Spagna. Vorrei proprio saperlo. La seconda riprodurrebbe la dualità del mercato del lavoro con protezioni diverse, tra lavoratori in aziende con più di 15 dipendenti e lavoratori con meno di 15 dipendenti e tra costoro e i precari di diverse categorie. È giusto? Secondo me no.

La flessibilità sul lavoro è una necessità. Va introdotta la sicurezza del lavoratore, anche quando il lavoro manca. Questo è l’orientamento dei socialisti europei. Dunque bisogna lavorare sull’unificazione dei contratti e dei diritti. Contratto unico per tutti, con tutele crescenti e come dice Bonanni basta coi contatti precari e a tempo determinato che si riproducono all’infinito. Un unico contratto a tempo indeterminato, ma senza l’obbligo dell’assunzione per tutta la vita. Il lavoro per la vita è fuori dal mondo di oggi. Bisogna semmai garantire la protezione per la vita. O almeno per un pezzo di vita, fino alla pensione. Salta fuori il piano Ichino, un giuslavorista che noi abbiamo invitato al congresso costitutivo del Ps, poi deputato del Pd. Quanto costa?

Ma siamo già alla parte finale del progetto che ancora non conosciamo se non negli intendimenti generali sui quali anche Nencini ha detto di concordare. Solo che già adesso, mentre Cisl e Uil paiono disponibili a discutere, la Cgil e la Fiom annunciano proposi bellicosi. Sembra di essere tornati indietro di trent’anni. Al tempi della scala mobile. Del decreto di San Valentino (caro Bersani anche allora si precedette per decreto e si scatenò il finimondo), ai tempi del referendum perso dal Pci di Berlinguer. Ho visto che sono rinati anche i soliti striscioni con i Giù le mani. Queste mani che saltano sempre fuori, si parli di Costituzione o di Statuto dei lavoratori. Bene allora, giù le mani, ma mettiamoci la testa, per favore.
Mauro Del Bue
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