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L’Italia che piange

1 ottobre 2014 513 views No CommentStampa questo articolo Stampa questo articolo

I sindacati rappresentato una parte di italiani che il lavoro ce l’hanno. O, ancor di più, quelli che l’hanno avuto e sono pensionati. Ma la vera emergenza italiana è la disoccupazione. È la più alta dall’immediato dopoguerra, quella giovanile è oltre il 42 per cento. Un dato insopportabile. Dunque la priorità dell’azione di un governo di sinistra, o che almeno in parte si ritiene tale, deve essere concentrata più che sul versante che è oggetto dell’attenzione sindacale, su quello che non è rappresentato da nessuno. Un primo versante di conflitto è quindi oggettivo. Se devo scegliere tra chiedere un sacrificio agli occupati (alla Volkswagen i sindacati hanno accettato di diminuire l’orario di lavoro e il salario dei dipendenti per consentire nuove assunzioni) e rinunciare a nuova occupazione, la scelta per un socialista deve essere obbligata. lo dovrebbe essere anche per i sindacati, anche se è comprensibile, per la loro natura, che non lo sia.

L’Italia piange. I dati del Cnel sulla ripresa nei prossimi anni, che Beppe Turani riprende sulla stampa quest’oggi, sono preoccupanti, se non drammatici. Quest’anno si chiuderà con un meno 0,4, poi dal 2015 la ripresa sarà lentissima, stimata allo 0,4 e dal 2015 al 2022 sarà tra lo 0,4 e l’1,2 per cento. Con questi dati non si risolve il problema della disoccupazione, non la si riporta a quel 7 per cento che era prima della crisi del 2008. Dunque che fare? Continuare a parlare del nulla? Cioè accapigliarsi sulle modiche dell’articolo 18, se quello già modificato dalla Fornero possa essere ulteriormente modificato solo sui licenziamenti economici (mentre i discriminatori e i disciplinari resterebbero come prima)? Ma vi pare un argomento che merita la divisione di un partito e la minaccia di uno sciopero generale?

L’Italia piange e piangerà sia con l’articolo 18 in versione Fornero, sia che venga ulteriormente modificato. Il vero problema, che pare nel dimenticatoio, riguarda il fisco. Sono stati dati 80 euro al mese ai lavoratori (non ai disoccupati) che percepiscono fino a 1500 euro. Poi sono state tassate con la Tasi, e tutti i balzelli regionali e comunali, le famiglie. Chi ci ha guadagnato? Adesso si vuole anticipare il Tfr almeno al cinquanta per cento, mettendolo a rate nella busta paga dei lavoratori. Buona, vecchia idea. L’ammontare è di 25 miliardi. Ma ci rimetterebbero l’Inps, i fondi pensione e la previdenza integrativa, secondo i calcoli dell’editoriale del Corriere a firma Fracaro-Saldutti. Poi se la quota di Tfr mensile aggiuntiva allo stipendio verrà tassata ci guadagnerà più che il lavoratore il fisco. Un altro spot?

Quello che bisognerebbe avere il coraggio di fare è ciò che gli economisti più avveduti, a cominciare da Giavazzi e Alesina, consigliano. Va bene la riforma del mercato del lavoro. Che sia in grado di superare l’assurda e inconcepibile dualità schizofrenica del presente. Che si tutelino anche i lavoratori delle aziende sotto i 15 dipendenti e anche i precari. Basterà il miliardo e mezzo previsto? Ma se non si procederà al taglio delle spese (a proposito che fine ha fatto il piano Cottarelli dei venti miliardi?) e alla riduzione consistente del carico fiscale sulla imprese (il 10 per cento dell’Irap è inconsistente) e sul lavoro (diminuendo il cuneo fiscale), l’Italia piangerà per altri anni con inevitabili ripercussioni sul piano politico e democratico, con gravi conflitti attorno alla moneta unica e all’Europa. lo capiscano i burocrati di Bruxelles, i sacerdoti del 3 per cento. L’unica via è un patto (riforma del mercato del lavoro, tagli alla spesa, ma soprattutto riduzione del carico fiscale) da portare in Europa per fare ripartire gli investimenti anche sforando il tetto, per dare velocità alla locomotiva Italia e rientravi alzando il Pil. Finire sotto il treno di Katainen non è nemmeno dignitoso.

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