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Due danni nella corruzione romana

8 dicembre 2014 683 views No CommentStampa questo articolo Stampa questo articolo

Quando Odevaine rassicura Buzzi che a Roma non sarebbero stati assegnati solo 250 extracomunitari, ma ben 2.500, è cosciente di creare un grave danno alla società. Non è solo la tangente di Odevaine che stona, e nemmeno gli affari della cooperativa di Buzzi. È il fatto che la corruzione di uno e l’affare dell’altro sono contro gli interessi della comunità romana. Questa è la corruzione cinicamente dannosa. Se qualcuno ha approfittato dei campionato dei mondo di nuoto, o ha lucrato per avere i lavori dell’Expo e del Mose, questo rappresenta un crimine. Però nella banda di Roma non veniva praticato solo il reato di corruzione dei pubblici ufficiali per interessi privati. Esisteva la consapevolezza di creare un grave problema alla città di Roma, invischiandosene delle conseguenze, col solo proposito di lucrarci sopra. Questo nel perfetto stile mafioso.

Quando la camorra napoletana sapeva di creare danni al territorio, con la gestione dei rifiuti, si comportava esattamente così. Perfino nel sorriso irriguardoso, anzi scandaloso, di quel tale che intendeva servirsi dei morti dell’Aquila per guadagnare c’è una colpa meno grave. Costui non ha provocato il terremoto. La banda di Roma con la gestione degli immigrati ha provocato il disagio degli stessi e della popolazione romana. Due danni in una corruzione. La cooperative sociali sono spesso a rischio. Vivono con l’apporto di ex carcerati. Basta guardare agli ex brigatisti, a cominciare da Curcio, che ne gestiscono una certa quantità al nord. Niente da dire sulla loro volontà di cambiare vita e di fare del bene.

Le cooperative dovrebbero però stare attente. Perché nella crisi generale che ha investito il mondo cooperativo della produzione e lavoro, delle difficoltà in cui versano quelle di consumo, le cooperative di servizio sono le uniche che tengono. E in particolare tengono quelle a sfondo sociale, in un problematico intreccio tra lecito e illecito. Tra disagio e profitto. Il business dei campi nomadi e della sistemazione degli extra comunitari sembra sia divenuto il più redditizio. E qui non si può non aprire un discorso anche su chi gestisce questi fondi, sul modo col quale li distribuisce, sui controlli che dovrebbero essere assicurati a proposito delle spese e sopratutto della qualità della vita di coloro che ne dovrebbero usufruire.

Quando Salvini sostiene che costoro hanno delle esenzioni inaccettabili, che vengono trattati meglio degli italiani, che spesso vivono, parlo degli extra comunitari, in alberghi a tre stelle, faccia due conti e arriverà a conclusioni diverse e anche se non meno gravi. La verità è che i soldi non arrivano ai potenziali beneficiati, ma si fermano prima. E ingrassano le cooperative sociali, i funzionari pubblici e a Roma perfino la criminalità organizzata. Questo è il primo vero danno. Perché i supposti beneficiati sono in realtà i più danneggiati. Ma ce n’è un secondo. Quando a Tor Sapienza si lamentano della presenza di due campi nomadi e di un palazzone denso di extra comunitari, sappiano a chi devono rivolgersi. Certo l’onesto Marino non può non avere visto. E non basta dirsi estraneo a tutto. È vero, Marino era considerato un nemico dalla banda Carminati-Buzzi. Ma tutto questo è accaduto anche sotto la sua guida della città. Noi non vogliamo la sua testa. Ma facciamo fatica ad assolverlo per distrazione.

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