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Tra Socrate e Tsipras

26 gennaio 2015 970 views No CommentStampa questo articolo Stampa questo articolo

Non è immaginabile un’Europa senza Grecia. Ha ragione Sergio Romano. No, un’Europa senza Grecia è un continente senz’anima e senza storia. Solo una fredda dimensione monetaria. Il contrario di quel che avevano sognato Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi e prima ancora il nostro Filippo Turati. Senza anima perché la Grecia è la filosofia, è l’arte, è il teatro, la tragedia e la commedia. Cioè siamo noi europei così distanti per tradizione anche dal continente americano che affonda le sue origini in ben più recenti e meno esaltanti confitti e culture. Siamo noi vecchi amanti dei nostri sacri testi che ci hanno offerto in eredità il pensiero moderno. Come quel Socrate che sapeva di non sapere. Ma siamo noi anche perché la nostra storia parte di lì. La democrazia ateniese è il primo fulcro di quel che ancora non è ovunque stabile e oggi è nuovamente da difendere coi denti da attacchi del fanatismo e dell’oscurantismo. No, un’Europa senza Grecia è solo un salvadanaio, non un progetto politico e culturale.

Certo la situazione economica e sociale che sta alla base della vittoria di Tsipras e del suo partito, Syriza, non è quella italiana. Il debito accumulato dalla patria di Aristotele è decisamente superiore e gli interessi si mangiano qualsiasi possibilità di autentica crescita (l’aumento del Pil allo 0,7 è fragilissimo se rapportato alle necessità). In Grecia è stato intaccato il 40 per cento dei salari, degli stipendi e delle pensioni, la disoccupazione è più del doppio di quella italiana, attorno al 26 per cento, quella giovanile superiore al 50. In situazioni di grave tenuta sociale è ovvio che prevalgano le tendenze estreme. E meno male che la protesta è stata incanalata da Syriza in una proposta politica democratica. Che dire di neo nazisti di Alba Dorata divenuti il terzo partito?

Se, come pare, Syriza non avrà i numeri per governare da sola, avrà bisogno di quel che resta dei socialisti, scivolati al 4,7 per cento, mentre Papandreu col suo nuovo partito non raggiunge la soglia minima di rappresentanza parlamentare. Si formerà un governo di coalizione e sarà forse meno rigida la posizione del nuovo governo ellenico. Resta il punto. La politica dell’austerità e del rigore sta provocando ovunque in Europa, e soprattuto nei paesi mediterranei, che sono i più fragili, forti tendenze antieuropee, che si sfrangiano tra l’idea di uscita dall’euro e quella della immediata cancellazione del debito. Credo siano vie senza uscita. Quello che il governo Tsipras dovrebbe perseguire assieme al governo socialista francese e mi auguro anche a quello italiano è il superamento della politica dei vincoli e il rilancio della politica della crescita che si sono rivelati incompatibili tra loro.

Draghi ha innestato, coi suoi 1140 miliardi messi improvvisamente sul tavolo, una nuova opportunità. Adesso è il momento di superare anche il vincolo del tre per cento, che di fatto non esiste più, aggirato com’è dalla Francia, dalla Spagna e di fatto anche dall’Italia. Occorre che il piano Juncker non sia solo una promessa e men che meno una finzione. Occorre che la Germania e suoi falchi si rendano conto che la loro idea di Europa si sta frantumando nel disagio sociale che produce tendenze sempre più estreme ed antieuropee. Il rigore è l’anticamera della disgregazione e poi produrrà sempre più debito, rapportato al Pil. Rigore e sviluppo sono, mai come oggi, chiaramente antitetici. Se ne rendano conto i falchi e i burocrati che sembra vivano in un altro mondo.

Ben venga Tsipras se servirà a questo. Credo che anche per lui il governare si rivelerà difficile. Un conto è oggi promettere, trecentomila posti di lavoro sono tanti, altro mantenere. Non oso pensare, col debito che ha, a una Grecia che fuoriesce dall’euro e viene lasciata sola coi suoi problemi. Quello che sconsiglierei è andare alla ricerca adesso dello Tsipras italiano. Noi viviamo spesso di esterofilia. La sinistra italiana negli anni sessanta (non vado più indietro per evitare di vergognarmi) cercava il suo Mao, negli anni settanta il suo Mitterand, negli anni ottanta il suo Gorbaciov, negli anni novanta il suo Blair e il suo Clinton. E potrei continuare. La verità è che non li ha mai trovati. I miti non sono esportabili. Forse solo Garibaldi disponeva di due mondi. Per il resto, lo dico da ormai anziano socialista turatiano, nutro sempre una certa diffidenza per gli estremismi faciloni, un po’ populisti, spesso parolai. Non dico che Tsipras sia di questa risma, ma molti suoi imitatori italiani certamente sì… Ho anche letto, da uno dei suoi più devoti cantori, che in Italia il nostro Tsipras l’abbiamo già ed è Renzi. In questo caso il mito importato avrebbe subito non poche modificazioni.

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