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Il Pd esalta il Pci

14 maggio 2015 626 views No CommentStampa questo articolo Stampa questo articolo

Ormai non ci possiamo più stupire. Mentre Renzi e il suo staff ex democristiano hanno ormai occupato il Pd, la storia è diventata di competenza dell’ex Pci. Dopo l’esaltazione di Berlinguer e la mostra su Palmiro Togliatti alla Camera eccone un’altra. A Livorno, patria della scissione comunista nel gennaio del 1921, il locale Pd ha presentato la prima bandiera comunista, quella del Pcdi, che volle assuefarsi ai ventuno punti di Mosca, rompendo non solo con Turati, ma anche con Serrati. Reazione immediata di un esponente di Sel, ma dal versante comunista. Il Pd non sarebbe degno di rappresentare quella nobile tradizione. È un “partito moderato e democristiano”.

Ma si rendono conto di cosa parlano? Stanno parlando di un evento che già uno dei suoi protagonisti, Umberto Terracini, definì un errore nel 1976. Stanno parlando di una scissione del movimento operaio che apri le porte al fascismo e che fu ordinata da Mosca, che intendeva espellere subito i riformisti (cioè Turati, Treves, Prampolini, Matteotti) e cambiare la qualifica di socialista con quella di comunista al partito. Stanno parlando di una lotta che da politica doveva diventare insurrezionale e nell’anno di occupazione delle fabbriche impiantare i soviet in Italia e instaurare la dittatura del proletario con la violenza.

La verità è che dal 1989 si continua in Italia a deformare la storia. Noi avevamo pensato a un percorso opposto, poi accidentato e impedito dalle vicende giudiziarie. E cioè ad un’autocritica sulle scelte dei comunisti (se no, perché cambiare nome?) e ad una rivalutazione della storia socialista democratica, in funzione delle riunificazione della sinistra divisa proprio a Livorno. È avvenuto il contrario. Sono spariti o quasi i socialisti, mentre gli ex comunisti hanno potuto reggere le sorti di una sinistra anomala per oltre vent’anni, fino all’arrivo di Renzi.

Per giustificare il nuovo potere ex democristiano, e col beneplacito del nuovo padrone, adesso siamo arrivati alla riappropriazione e perfino all’esaltazione della storia comunista. La bandiera del ’21 è il nuovo simbolo che può giustificare la subalternità alla politica moderata del renzismo. Ne sancisce una resa bilanciata. E il renzismo si afferma così senza un’identità ideale, senza un aggancio storico, nell’indifferenza e nella compiacenza della tradizione dei suoi avversari. Una sorta di baratto: a me la politica, a voi la storia. Nel pieno di un trasformismo insopportabile.

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