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Del Bue intervista Betty Cianfanelli: “La buona scuola è scuola nuova”

22 maggio 2015 603 views No CommentStampa questo articolo Stampa questo articolo

Elisabetta Cianfanelli, architetto, professoressa, specialista in Industrial Design, lavora al Design Campus dell’Università degli Studi di Firenze, si stupisce di questo clamore attorno al tema della valutazione degli insegnanti. Glielo chiedo come insegnante. Elisabetta mi guarda stupita. E mi dice a voce alta: “Ma questo avviene da anni nell’università. Solo che sono gli studenti a valutare gli insegnanti. E dal primo progetto CRUIMIUR (del ministero dell’Università) sulla valutazione della qualità del processo formativo e della didattica, CampusONE, del 2002, che sono nate le prime forme di valutazione della didattica universitaria italiana.

Da lì si è partiti coi primi questionari cartacei da far compilare agli studenti. Oggi tutti gli studenti universitari italiani in via digitale e in forma anonima compilano questionari di valutazione dei propri professori. Questo ci dà la possibilità di richiamare i professori e in casi estremi e ben verificati anche di buttarli fuori”. Le spiego però che un conto è l’università e un conto sono le scuole superiori e inferiori. Davvero un alunno, che non è neppure maggiorenne, ha la maturità per valutare un insegnante? Glielo chiedo perché a me l’idea che gli studenti valutino i valutatori mi ha sempre particolarmente intrigato, fin dal mitico sessantotto. Elisabetta mi risponde convinta: “Il ministero dell’Università ha fatto un rodaggio che gli permette di trasferire il suo modello di valutazione degli ambienti scolastici e della qualità del professore nella scuola, a partire addirittura dalle elementari. Per i bimbi più piccoli si possono utilizzare altre forme di comunicazione come il disegno, strumento utilizzato e convalidato nelle letteratura scientifica della psicologia e della pedagogia come mezzo di conoscenza delle difficoltà dei più piccoli.

Tale metodologia favorisce anche la possibile verifica di eventuali casi in cui i bimbi ricevono forme di violenza”. Qui siamo in un mondo davvero innovativo, ma la verità è che nelle riforma Giannini sarebbero solo i presidi e non gli studenti a valutare i professori. La professoressa non si scompone e attacca duro questo aspetto della riforma della cosiddetta “buona scuola”: “Ma è credibile”, mi risponde, “la valutazione da parte di una figura unica in complessi che possono contare anche 400 o 500 insegnanti? È’ come se un rettore dovesse valutare i propri docenti. No, la via che siano gli studenti non solo è giusta, ma è anche la più opportuna e produttiva, perché gli studenti sono in classe con il proprio docente. O quanto meno che siano gli studenti assieme al preside, questa potrebbe essere la via migliore, quella più equilibrata”.

Introduco la questione Invalsi, che è in realtà il mezzo per valutare meglio gli studenti, ma con una metodologia ancora nozionistica, assurda oggi che siamo nell’epoca di Internet e che all’uomo si chiede quello che il computer non ha e cioè la razionalità e la fantasia. La prof. Cianfanelli, già assessore alla provincia e al comune di Firenze, conferma: “L’Invalsi è un collage di domande aperte a cui uno studente deve rispondere. Si chiede di sapere chi è Carlo Magno. Serve per valutare le tue conoscenze? Ma oltre al fatto che qui si sta parlando di giudicare i professori, oggi chi è Carlo Magno lo trovi su Internet, che deve essere lasciato sempre a disposizione degli studenti. La questione è di sviluppare un ragionamento su Carlo Magno, che il computer non può fare, di paragonarlo a personaggi precedenti e successivi. Parlare del Sacro romano impero e dello stato laico. Insomma gli insegnanti devono compiere una vera rivoluzione del modo di intendere l’insegnamento e anche di verificare lo stato dell’apprendimento”. Trasferendo questa importante capacità innovativa alla protesta degli insegnanti e dei loro sindacati, Elisabetta sostiene una tesi chiara e cioè: “Se gli insegnanti non vogliono essere giudicati dal preside hanno ragione, hanno torto se non vogliono essere giudicati affatto”. Poi si affrontano altri due problemi, uno relativo alle scelta dei professori da parte del preside e l’altro sui rapporti scuola-società.

Sul primo tema Elisabetta non ha dubbi. Secondo lei i professori devono essere scelti dal preside e dal collegio dei docenti insieme. “Ma la scelta”, insiste la Cianfanelli, “deve essere aperta a tutti coloro che possono recare un contributo all’apprendimento dei ragazzi. Possono essere invitati a tenere lezioni e conferenze anche imprenditori, storici, ricercatori che nulla hanno a che fare con quello specifico istituto, né con la rigidità delle graduatorie. Questo sarebbe un passo avanti per una scuola che si apre al territorio. Teniamo presente che la scuola deve soddisfare i bisogni di un Paese, deve formare le risorse umane per le aziende pubbliche e private. Ma per farlo deve conoscerne la programmazione, intervenire per corrispondere alle sue strategie economiche, sociali, culturali, scientifiche. Altrimenti rischiamo di tornare a quella separazione che decenni orsono veniva giudicata una schizofrenia. No. Oggi si può davvero fare meglio e di più, ma in una direzione affatto diversa da quella sostenuta da chi protesta in nome di una vecchia concezione della scuola”. Giusto, perfino ovvio. Che i socialisti si impegnino su questo.

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