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Cento anni dopo

23 maggio 2015 672 views No CommentStampa questo articolo Stampa questo articolo

“Le radiose giornate di maggio” del 1915 diedero il via alla guerra italiana. Con un anno di ritardo, come accadde per la seconda, esplosa nel 1939, ma con la sciagurata discesa in campo dell’Italia solo il 10 giugno del 1940, col discorso del duce da Palazzo Venezia, e il popolo italiano esultante e festante all’annuncio. In occasione della prima guerra, peraltro, l’Italia aveva deciso di capovolgere le sue alleanze. Dalla triplice alleanza con Austria e Prussia, si passò alla quadruplice intesa con Francia, Inghilterra, Russia, su pressione della parte di sinistra dell’interventismo che intendeva la guerra come una sorta di liberazione dall’imperialismo austro-ungarico, dopo l’aggressione alla Serbia.

Era difficile allora sottrarsi alla generale infatuazione della guerra giusta. Tanto che gli stessi figli di Garibaldi partirono subito volontari, già prima della dichiarazione di guerra dell’Italia, per combattere a fianco dei francesi nelle Argonne. Anche la sinistra italiana si divise, tra interventisti e neutralisti. Il più decisamente e fieramente avverso alla guerra, il direttore dell’Avanti Benito Mussolini, si convertì all’interventismo, fu espulso dal Psi e fondò il giornale Il Popolo d’Italia, con sovvenzioni francesi. Nel Psi Costantino Lazzari coniò il celebre detto “Non aderire né sabotare” e Filippo Turati lo criticò “perché non aderire è anche un po’ un sabotare e non sabotare è un po’ un aderire”.

La posizione dei riformisti, Turati e ancor più Prampolini, era decisamente pacifista, ma politicamente propensa ad appoggiare le ragioni degli Stati democratici. Quando, dopo Caporetto, la guerra si trasformò in invasione, allora Turati volle decisamente schierarsi per la difesa in armi del patrio suolo. Per questo verrà politicamente processato dal congresso di Roma del 1918. La posizione neutralista estrema era patrocinata da Serrati, da una parte del gruppo massimalista, da coloro che intendevano l’internazionalismo proletario come indifferenza alle questioni nazionali. Poi vi era una posizione interventista che nel Psi aveva come interpreti Bissolati e Salvemini, che coniugavano le motivazioni sostenute dagli stessi riformisti con la conseguenza delle ragioni dell’intervento.

Vi era poi una quarta posizione, diciamo così dell’interventismo rivoluzionario, con protagonisti molti ex sindacalisti quali De Ambris e Corridoni, che sostenevano un possibile aggancio tra la guerra e la rivoluzione, come poi avverrà in Russia. La guerra fu un macello. In Italia perirono 650 mila persone, quasi tutte giovani e al fronte. Più del doppio di quelle che morirono, anche coi bombardamenti, nella seconda guerra. Il conflitto determinò due conseguenze. La prima fu una più netta opposizione al sistema che l’aveva generata e il desiderio di “fare come in Russia”. La seconda fu quella di esaltare l’enorme sacrificio di vite umane degli italiani, non considerando inutile la loro carneficina.

Il Psi scelse la prima via e si professò per la dittatura del proletariato. I riformisti si opposero al mito sovietico, proposero la partecipazione al governo, ma furono una esigua minoranza. Tanto che, l’anno dopo la scissione comunista, per le indecisioni di Serrati di scegliere tra le due vie, verrano espulsi e fonderanno il Psu. Sul mito della guerra vinta proliferò una nuova tendenza e si formarono i fasci di combattimento e poi il partito fascista che, per paura della rivoluzione leninista, convincerà molti italiani. Cent’anni dopo è giusto riconoscere le ragioni di chi quella guerra voleva evitare, ma è giusto anche sottolineare la buona fede di quanti vi parteciparono e l’eroismo che li animò. L’Italia vinse una guerra grazie al sacrificio di tanti giovani che meritavano di essere onorati anche da chi non voleva parteciparvi.

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