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Quattro temi socialisti. Il primo: la democrazia

4 luglio 2015 651 views No CommentStampa questo articolo Stampa questo articolo

Ci viene sovente rimproverato di non avere contenuti originali. Dunque di non approfittare della nostra presenza in Parlamento e della nostra organizzazione sul territorio per caratterizzarci. Abbiamo ormai definito un percorso che ci porterà tra poco alla celebrazione della nostra conferenza programmatica. Propongo cinque temi e alcune idee concrete. Cominciamo dal primo: la democrazia. Sabino Cassese sul Corriere di quest’oggi sostiene la validità della riforma costituzionale e cita a tale proposito le posizioni del Psi di Massimo Severo Giannini, all’epoca capo di gabinetto di Nenni, che avanzò, nel congresso nazionale del 1946, una opinione favorevole al monocameralismo. Lo stesso Cassese ricorda poi le parole di Calamandrei nel dibattito alla Costituente, favorevoli a garantire una maggiore stabilità dei governi, posizione che non fu recepita nel dettato costituzionale. E certo fu un errore dovuto alle convinzioni del tempo ereditate dalla cultura antifascista.

È vero. Il bicameralismo all’italiana e la mancanza di garanzie della stabilità dei governi sono problemi tuttora insoluti e che la riforma costituzionale solo parzialmente risolve. Si poteva risolverli anche solo distinguendo le funzioni di Camera e Senato, magari con una diminuzione complessiva di parlamentari, si potrebbe ancora risolverli attraverso l’elezione diretta dei senatori, si poteva anche risolverli prima semplicemente eliminando il Senato. Quel che non comprendo è cosa influisca la riforma costituzionale nella stabilità degli esecutivi. Solo per il venir meno del doppio voto di fiducia? Mi è sembra poco per costruire una democrazia governante della quella noi abbiamo prima di altri intuito la necessità. Influisce sì, ma solo incastrando la riforma costituzionale con l’Italicum che Cassese non prende neppure in considerazione. Così come non considera molte altre cose, tutt’altro che marginali.

Egli sostiene che la riforma costituzionale assieme a molti altri ingredienti, tra i quali i nuovi mezzi d’informazione, non indebolisce la democrazia e il potere del popolo, ma non prende in esame tutte le novità introdotte in materia che fanno della nostra democrazia un sistema invero anomalo con un’inusitata serie di sottrazioni di potere al popolo. Di questo i socialisti devono innanzitutto occuparsi. Dall’elezione diretta dei sindaci e dei presidenti della province fino a quella dei governatori regionali, si è introdotta la regola dell’espropriazione dei consigli elettivi. Cioè il sindaco o il presidente eletto, in realtà designato da una lista o da una coalizione di liste, può scegliere i suoi assessori e nominarli senza passare dal Consigli. Anzi, nella maggior parte dei casi i nominati non sono gli eletti e vengono addirittura stabilite forme di incompatibilità tra nominati ed eletti. I nominati, nella sostanza, contano assai di più degli eletti. È’ questo è veramente bizzarro.

I Consigli elettivi hanno perso non solo questo potere. Generalmente sono ridotti a cassa di risonanza per mozioni, interpellanze e interrogazioni. La riforma delle province si è solamente limitata ad abolire l’ente elettivo, i consigli provinciali, partorendo così un semplice ente di secondo grado, espressione dei comuni. Al Senato, che resta in carica sia pur composto di sole cento unità, viene riservata identica sorte, eliminando l’elezione diretta. L’Italicum stabilisce che i capilista siano tutti nominati. Attenzione. Siccome si ipotizzano circa cento collegi, la maggior parte delle liste che non supereranno i cento eletti avranno solo deputati nominati. E siccome tutti i nominati, dagli assessori comunali e regionali, ai senatori e ai deputati, saranno nominati dai capi, cioè dai monarchi comunali, regionali e nazionali, noi stiamo costruendo un sistema in cui è il capo che si sostituisce al popolo. È lui, e non il popolo, che designa i poteri delle varie istituzioni italiane. Inutile ricordare che nei partiti esiste oggi un gap di democrazia e in molti casi statuti assolutamente incompatibili coi dettati costituzionali. Aggiungo che l’idea renziana, secondo la quale qualcuno necessariamente deve vincere le elezioni politiche, in una repubblica parlamentare è anch’essa irrispettosa della volontà popolare, perché il popolo potrebbe anche scegliere che nessuno vinca. Ma qui si entra nel merito dalla mancanza di scelta tra repubblica presidenziale, che in Italia non c’è nella forma, ma nella sostanza, e Repubblica parlamentare, che in Italia c’è nella forma, ma non più nella sostanza.

Le proposte nostre? Rinviare alla scelta di fondo tra modello parlamentare e modello presidenziale. Noi siamo sempre stati favorevoli a un modello presidenziale e non rifuggiamo dalle nostre vecchie convinzioni. Ma tale scelta dovrebbe essere competenza di una nuova assemblea Costituente alla quale demandare anche i provvedimenti conseguenti. Intanto si potrebbe procedere a eliminare talune forzature abolendo tutte le incompatibilità tra assessori e consiglieri, riportando più potere ai consigli, ripristinando una forma di eleggibilità dei senatori e rivedendo l’Italicum anche nelle forme già descritte nel fondo precedente. Aggiungerei due parole sulla democrazia dell’informazione. Soprattutto sulla Rai che dovrebbe essere servizio pubblico e chiedere regole da rispettare nell’esercizio della diffusione delle notizie sui Tg e negli inviti ai talk show. È ora si smetterla con le sponsorizzazioni di personaggi senza partito, di leader di partiti senza parlamentari e chiudere questo ciclo di assurdo ostracismo dei confronti dei socialisti.

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