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Preoccupazioni

16 febbraio 2016 325 views No CommentStampa questo articolo Stampa questo articolo

Secondo Draghi larga parte della ripresa é dovuta al suo quantitative easing. Se lo sommiamo al prezzo basso del petrolio e all’aumento delle vendite nel settore auto, in Italia a quello della Fiat, non c’è da stare allegri sul nostro 0,6 di aumento di Pil nel 2015, un quarto di quello spagnolo, un terzo di quello inglese e la metà di quello della zona euro. Senza questi fattori a quanto ammonterebbe il Pil italiano? Anche perché gli ultimi dati segnalano un debito ancora in aumento, di 33,8 miliardi, è così siamo orami a 2.170 miliardi di euro, ben oltre il 132,4 per cento del 2014. E contemporaneamente a un risultato meno che mediocre sul versante occupazionale con minimi spostamenti a favore dei contratti a tempo indeterminato, ma soprattutto dei già occupati.

Restano in tutta la loro evidenza le alte percentuali di disoccupazione giovanile e di poveri veri. Non quelle che nelle nostre passate Rimini chiamavamo le nuove povertà. Si tratta di povertà classiche e vecchie con le quali bisogna fare i conti. Secondo gli ultimi calcoli della Fondazione Zancan i poveri in Italia sono passati da 1,8 milioni del 2007 a 4,1 milioni del 2014. Un esercito, e il governo ha stanziato per loro 600 milioni per il 2016 è un miliardo per il 2014. Una miseria. Gli enti locali procedono dal canto loro in ordine sparso, con oscillazioni di stanziamenti che vanno dai 22 euro a un massimo di 277 euro. Poca roba. Evidente che bisogna cambiare passo.

Draghi ci comunica che non può fare il Babbo Natale e che adesso ogni paese deve metterci del suo. Noi dovremmo incalzare il governo di cui facciamo parte riprendendo alcune idee che abbiamo lanciato alla conferenza programmatica. E cioè quelle relative alla più netta diminuzione delle tasse per le imprese, alla cogestione alla tedesca come strumento di partecipazione attiva e non delegata dei lavoratori, al rilancio della contrattazione aziendale sugli utili, ma anche al reddito di cittadinanza. Aggiungiamoci pure, perché è giusto, una più incisiva diminuzione della spesa e un piano di disinvestimenti del patrimonio pubblico. Tutto questo deve però passare dalla liberazione degli investimenti pubblici dai vincoli europei. È assolutamente necessario. Lo ha perfino sottolineato l’ex presidente Mario Monti, che tutto può essere definito tranne un pericoloso sviluppista.

É insostenibile che la compressione degli investimenti venga considerata utile per rilanciare lo sviluppo, l’occupazione, aumentare le entrate e diminuire il debito. La cosiddetta politica del rigore e i conseguenti e sciagurati patti di stabilità hanno portato in Italia a questo assurdo paradosso. Con una politica di contenimento del debito si è aumentato ancora il debito. Senza sviluppo o con uno sviluppo insufficiente è ovvio che il debito cresce, non ci vuole un economista per capirlo. Restano le preoccupazioni che anche il governo Renzi dovrebbe far sue. E lo dico perché apprezzo gli sforzi e le rotture di continuità che questo governo ha saputo mettere in atto. Ho apprezzato anche le parole dure che il predente del Consiglio ha voluto riservare alla burocrazia europea. Ma se un braccio di ferro dobbiamo fare facciamolo su questioni rilevanti non sempre su zero virgole che spostano poco o nulla.

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