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I pugni di Renzi

12 settembre 2016 206 views No CommentStampa questo articolo Stampa questo articolo

Una volta Berlinguer parlava a conclusione della festa dell’Unità dinnazi a un milione di persone calibrando le parole scritte a macchina e passate al vaglio della segreteria. Adesso Renzi conclude la festa del Pd sfoderando battute a braccio e improvvisando proposte. Il mondo cambia e anche il modo di fare politica. Quel che mi ha impressionato del discorso di Renzi è l’asprezza dei suoi attacchi contro la sua minoranza interna, in particolare contro Massimo D’Alema, tratteggiato alla stregua di un menagramo. Noblesse obblige, anche se D’Alema, per la verità, non era stato da meno. Qua e là non sono mancate osservazioni contro i piccoli partiti, compresi quelli suoi alleati, che in perfetta continuità con i giudizi di Berlusconi, vengono considerati quasi come intralci.

Già a Reggio Emilia Renzi aveva definito i piccoli partiti come oppositori di comodo al premio di lista previsto dall’Italicum. A Catania è andato oltre. E ha ribadito la sua disponibilità a cambiare la legge elettorale tranne che sul premio (qui non si è capito se parlasse del premio di lista) e sul ballottaggio. Cioè proprio sui due punti che devono, anche a giudizio di autorevoli esponenti della sua maggioranza interna (Franceschini, Orlando, Orfini) essere cambiati. Riassumo sinteticamente perchè anche a mio giudizio si tratta di cambiamenti necessari.

Il premio di lista costringe gli alleati a diventare avversari o ad inserirsi a mani alzate nella lista del più forte. Qualora Renzi non fosse disponibile a tramutarlo in premio di coalizione bisognerebbe prenderne atto. Nel centro-sinistra questo vale per il partito di Alfano, per l’Udc, per i socialisti, per Scelta civica, per i radicali se volessero partecipare. O entrano, col permesso del padrone di casa, nella lista del Pd o si presentano con un loro candidato (non formale) alternativo. Siccome nessuna lista, a meno di sconvolgimenti impensabili, è destinata a superare il 40 per cento al primo turno, al ballottaggio le liste prime classificate avranno bisogno dei voti di coloro che hanno votato altre liste al primo turno anche se, contrariamente alla legge sui sindaci, non è previsto alcun apparentamento nemmeno tra primo e secondo turno. Le liste distinte e avversarie al primo turno diventano paradossalmente indispensabili al secondo senza poterne ricavarne però alcun vantaggio. Non divideranno il premio di maggioranza con la lista vincente e se non hanno raggiunto il tre per cento al primo turno non saranno neppure rappresentate alla Camera.

Il ballottaggio è invece istituto che traballa a seconda dei sondaggi. Era ipotizzato quando la vittoria del Pd dopo le Europee pareva scontata. Venne poi messo in discussione quando tutti i sondaggi davano per certa la vittoria dei Cinque stelle. La sua difesa ricompare ora dopo la crisi del comune di Roma e il calo del partito di Grillo. L’esigenza del ballottaggio si avvale di un presupoosto sbagliato. E cioè che dalle urne debba uscire un vincitore, come se si dovesse eleggere direttamente un presidente o un sindaco, e non un Parlamento. Perchè non accettare il Bersanellum? Perchè se nessuna coalizione supera il 40 per cento allora il vincitore non c’è e bisogna comporre un governo di coalizione. E allora? Siamo sicuri che se l’elettorato decide che non abbia vinto nessuno occorra comunque inventarsi un vincitore? E poi è cosi nefasta la coalizione? In Germania è stata cosi negativa la grosse coalition? E in Italia i problemi al governo li hanno creati Alfano, Casini, Zanetti e Nencini o la minoranza del Pd?

In quale legge elettorale del mondo è previsto l’istituto del vincitore? Solo quando si fronteggiano persone, cioè nei sistemi presidenziali. Non certo nelle elezioni politiche del Regno unito dove a volte capita che laburisti e conservatori siano stati costretti a governare coi liberali, non certo in Germania che pure non è diventata la cenerentola d’Europa a causa delle diverse mancanze di vincitori, non in Grecia dove Tsipras governa in coalizione con un piccolo partito di destra, e nemmeno in Francia dove spesso le maggioranze parlamentari non combaciavano con l’identità del presidente. Noi siamo originali e non a caso l’abbiamo definito Italicum. Pretendiamo di agire in un sistema parlamentare come se fossimo in un sistema presidenziale, ci inventiamo candidati presidenti che non vengono eletti, e neppure designati, governi decisi dal popolo che invece elegge solo parlamentari. E aspettismo la Corte che in materia di diritti e di leggi elettorali è ormai diventata il primo organo legiferante. Anche questo caso è solo italicum…

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