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Senza mutande

8 ottobre 2016 276 views No CommentStampa questo articolo Stampa questo articolo

L’ex sindaco Marino non ha mai pranzato al Girarrosto toscano coi familiari, perché quel giorno i suoi familiari erano in Sicilia (come testimoniano i biglietti aerei di andata e ritorno). Si trattava di un pranzo istituzionale e dunque, secondo i magistrati, “il fatto non costituisce reato”, cosi come le altre cene per un ammontare di circa 13mila euro. L’ex governatore del Piemonte ha fatto solo spese regolari e quelle mutande verdi sulle quali si è tanto ironizzato non sono mai esistite. Dunque per i magistrati “il fatto non sussiste”. Aggiungiamo che 116 imputati nel processo di Mafia capitale sono stati prosciolti e che allo stesso Alemanno è stata cancellata l’imputazione più grave, quella di associazione mafiosa.

Se aggiungiamo a tutto questo il caso dell’ex sindaco e attuale governatore della Campania De Luca, assolto dal reato che aveva spinto la Bindi a definirlo “impresentabile”, l’assoluzione di Vasco Errani dal reato per il quale in prima istanza era stato condannato e che lo aveva spinto a dimettersi e la regione Emilia-Romagna a convocare nuove elezioni, l’assoluzione del povero Penati, per anni sotto la gogna dell’ignominia e addirittura espulso dal suo partito, il Pd, non possiamo che tornare con un certo turbamento al perverso rapporto tra magistratura, informazione e politica.

Ha ragione Luciano Violante a rimettere il dito sulla piaga e invitare gli inquisiti a non dimettersi perché un avviso di garanzia non è una condanna. Sono da anni convinto che le posizioni garantiste dell’ex presidente della Camera (compresa la dura condanna postuma per le monetine al Raphael) siano sincere e affondino le loro ragioni nel  diverso atteggiamento che Violante assunse ai tempi di Tangentopoli, che costituisce il motivo della sua sofferta revisione. Resta il fatto che con un semplice avviso di garanzia, tra il 1992 e 1994, si è eliminata un’intera classe politica. Non posso dimenticare il furore giustizialista che animava la Lega e il Pds e la pretesa di immediate dimissioni per chiunque fosse solo sfiorato da un sospetto, una stretta di mano, una frequentazione, non parliamo di un provvedimento giudiziario. Mutatis mutandis.

E a proposito di mutande, verdi, rosse o tricolori, non possiamo non ricordare le battute ricorrenti perfino del presidente del Consiglio, che farebbe bene a chiedere scusa a Cota, così come le scuse a Marino, a Roma e all’Italia dovrebbero chiederle quegli esponenti del Pd che hanno preteso le sue dimissioni proprio approfittando dell’inchiesta sugli scontrini. Anche a Roma, sì, perché oggi non sarebbero al potere i Cinque stelle, e all’Italia che non sarebbe privata dei vantaggi economici e d’immagine delle Olimpiadi. In politica si può sbagliare, ma bisogna essere onesti e riconoscere l’errore. Orfini ed Esposito adesso svelano che Marino è stato “dimesso” per incapacità politica. Resta il fatto che le sue dimissioni furono richieste e poi imposte a seguito delle supposte cene pazze. Il caso mi ricorda quello di un partigiano della mia provincia nell’immediato dopoguerra, accusato di avere ammazzato un prete. Un testimone lo scagionò perché nella stessa ora stava giocando a bocce con lui. Allora l’accusa lo trasformò nel mandante. Il Pd chieda scusa ed eviti di accusare altri se non se stesso.

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