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Cosa c’è dietro il conflitto Delrio-Minniti

9 agosto 2017 112 views No CommentStampa questo articolo Stampa questo articolo

Non é un contrasto qualsiasi quello emerso nel governo Gentiloni tra i ministri Delrio e Minniti. Sul rapporto col mondo delle Ong, che poi significa anche relazione col cosiddetto volontariato cattolico, e sui modi coi quali lo Stato italiano intende muoversi per applicare le sue leggi, vi é un retroterra culturale e politico difficilmente conciliabile. E’ la differenza che passa tra dossettismo e lapirismo e sinistra tradizionale. Solo in parte interpretate da Margherita e Ds, ma oggi piuttosto mal conciliate nel Pd. Entrambi di una Reggio, Delrio reggiano, Minniti reggino, pare abbiano solo questo in comune. Delrio, che conosco molto bene, proviene dall’associazionismo cattolico. Lui non é mai stato democristiano, ha un trascorso giovanile ribelle, mi ha confessato che la prima volta che ha votato, alle elezioni europee del 1979, ha scelto il Psi. Poi la sua conversione al cattolicesimo politico, la sua militanza nel Partito popolare e nella Margherita, le sue radici nella parrocchia di San Pellegrino di Reggio Emilia e nelle Acli, la formazione dell’associazione Giorgio La Pira, e con essa i suoi rapporti con il Medioriente.

Graziano è subentrato per il Pipì in Consiglio comunale a Reggio Emilia dopo le dimissioni di un esponente nominato in giunta nel 1999 e l’anno dopo é stato eletto consigliere regionale grazie a un accordo che gli ha permesso di battere il candidato ufficiale dell’on. Castagnetti. In quella circostanza ha abbandonato la professione di medico endocrinologo all’ospedale di Modena. Sindaco di Reggio Emilia nel 2004, dopo un lungo braccio di ferro col Pd locale che gli preferiva un noto avvocato, Romano Corsi, poi rieletto nel 2009 contro il sindaco precedente Antonella Spaggiari, che aveva presentato una sua lista civica, segue l’itinerario della Margherita e il suo ingresso nel Pd. Diventa renziano puro dopo il sostegno che il sindaco di Firenze gli aveva assicurato contro il candidato di Bersani, Emiliano, alla presidenza dell’Anci. Di lì la sua scalata al governo, prima come ministro di Letta, poi come sottosegretario alla presidenza di Renzi e infine come ministro delle Infrastrutture nei governi Renzi e Gentiloni.

Marco Minniti lo conobbi quando era un giovane post comunista di Reggio Calabria. Erano i primi anni novanta ed era appena nato il Pds. Lui era stato già segretario nella sua provincia e poi lo diventò in regione. Dovette subito fare i conti con gli omicidi della ‘ndrangheta e dedicarsi ai temi della sicurezza. Molto vicino a Massimo D’Alema, che poi abbandonò come tutti i dalemiani, ne divenne sottosegretario alla presidenza tra il 1998 e il 2000. Minniti era uomo votato all’ordine e all’organizzazione, tanto da occuparsene anche a livello nazionale. Uomo di partito, di apparato, dotato di spiccate doti di lavoratore dal culo di ferro, Minniti non si preoccupò molto di essere eletto. Venne candidato e trombato fino al 2001, prima sua elezione alla Camera, poi eletto altre due volte a Montecitorio e nel 2013 a Palazzo Madama. Continuò a occuparsi di organizzazione e di sicurezza. I suoi incarichi di partito e di governo lo confermano. Fu vice ministro della Difesa e degli Interni, poi con Letta e Renzi venne delegato ai Servizi, la delega più riservata e delicata.

Una sorta di Ugo Pecchioli della nostra epoca, questo Minniti. Nel partito nel 2009 é stato nominato anche presidente nazionale sicurezza del Pd e a fine anno Minniti diede vita a Roma alla Icsa, un centro specializzato a studiare i temi della sicurezza e della difesa con Francesco Cossiga, quello col kappa, alla presidenza. Oggi Minniti si ritrova non solo l’incarico di ministro degli Interni, ma quello, assai rilevante, di uomo simbolo di soluzioni popolari su un tema decisivo a livello elettorale: quello dell’immigrazione. I suoi primo atti sono stati generalmente apprezzati anche dall’opposizione. L’ultimo è quello di stendere un protocollo di intesa con le Ong, alcune sospettate di trafficare cogli scafisti, che prevede una presenza ufficiale di forze di controllo a bordo delle navi. L’associazione Medici senza frontiere si é rifiutata di firmarlo. Nonostante questo il ministro Delrio ha dato, attraverso la Guardia costiera, il suo avvallo al trasbordo di un’imbarcazione di questa associazione nel porto di Lampedusa. Di qui il conflitto tra i due, il rifiuto di Minniti di partecipare al Consiglio dei ministri, la minaccia di dimissioni, la successiva fiducia incassata da Gentiloni unitamente a un’inusuale manifestazione di stima del presidente Mattarella. Non credo che tutto finirà a tarallucci e vino. Per Delrio la priorità é salvare e accudire migranti anche a scapito delle norme italiane, per Minniti prima di tutto c’é la legge e se si fa un’eccezione crolla tutto il castello faticosamente costruito. Due ministri all’opposto. Uno votato alla solidarietà senza eccezione, che difende a spada tratta tutte le Ong, perché in quel mondo ci stanno le sue radici, l’altro votato al rispetto delle regole, fermamente convinto che la solidarietà indiscriminata e disordinata provochi danni e reazioni. L’uno e l’altro incollati in un partito senza identità e incapace di fare sintesi tra due culture così distanti.

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