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Quel ferragosto di 125 anni fa…

14 agosto 2017 131 views No CommentStampa questo articolo Stampa questo articolo

Proprio oggi, il giorno di Ferragosto del 1892, scelto per permettere ai delegati di raggiungere Genova con sconti ferroviari in occasione del quattrocentenario della scoperta dell’America da parte del genovese Cristoforo Colombo, venne fondato il partito che ancora non si chiamò socialista, ma “dei lavoratori italiani”. Per la verità di partiti con questo nome a Genova ne vennero fondati due: uno alla sala Sivori, di orientamento anarco-operaista, e l’altro, alla sala dei carabinieri garibaldini, di orientamento socialista. Quel che pervase il Psi, che si chiamerà così a partire dal congresso di Parma del 1895, semiclandestino perché svolto durante la repressione crispina, é già scritto nelle sue fondamenta: un perenne conflitto tra tendenze. E in particolare tra quella democratica, riformista, umanitaria, e quella rivoluzionaria, estremista, comunista, dogmatica.

Quel che disse Filippo Turati, il leader più affascinante della tendenza democratica e riformista, e cioè che il socialismo italiano era “un maestoso fiume” con diversi affluenti e successive diramazioni, é straordinariamente vero. Da quel fiume nacquero tutte le tendenze politiche più significative del Novecento: quella riformista, quella socialista liberale, le uniche due attuali, fino a quelle sindacaliste rivoluzionarie, massimaliste, nazionalistiche, comuniste. Mussolini e Gramsci erano nel Psi, su posizioni analoghe, almeno fino al 1914. E non fu l’adesione al conflitto bellico (allora condivisa da entrambi e da personalità come il repubblicano Pietro Nenni, il giovane Sandro Pertini, Gaetano Salvemini e Leonida Bissolati), ma il bolscevismo a separarli e contrapporli. Se volessimo dunque cercare una paternità noi potremmo utilmente rinvenirla solo nella tradizione riformista, con la duplice versione teorica (Turati, Anna Kuliscioff, Ivanoe Bonomi soprattutto, autore de “Le vie nuove del socialismo”, una sorta di revisione in chiave bernsteiniana del marxismo) e pratica (Camillo Prampolini, Nullo Baldini, Massarenti) che seppero trasformare i loro territori fondando leghe, cooperative, camere del lavoro, dunque mettendo il riformismo coi piedi per terra.

Questa tendenza, maggioritaria nel Psi fino al 1912, divenne minoranza, anche perseguitata e poi radiata dal partito nell’ottobre del 1922, un anno dopo la scissione comunista di Livorno, a pochi giorni di distanza dalla marcia su Roma. Il capolavoro dei massimalisti fu quello di dividere il vecchio Psi addirittura in tre (Psi, Pcdi, Psu). Tripartizione che in fondo durerà, sia pure con diversi contenuti politici e ideali, fino al 1989, con due periodi di ruinificazione dei due tronconi socialisti: quello dal 1930 al 1947 e quello dal 1966 al 1969. Il riformismo come accezione positiva ritorna nel Psi solo a partire dal congresso di Palermo del 1981, dal momento che perfino Saragat aveva negato di costruire a Palazzo Barberini un partito riformista, mentre Nenni a Venezia nel 1957, dopo la storica svolta autonomistica dell’anno precedente, aveva sottolineato i limiti e gli errori sia del massimalismo, sia del riformismo. Come del resto fece anche più tardi.

Il secondo filone ancora attuale del socialismo é la sua congiunzione col liberalismo in quell’accezione rosselliana che al momento della pubblicazione del libro di Carlo, a cui collaborò anche il fratello Nello, nemmeno un riformista come Claudio Treves aveva potuto esimersi dal contestare. Il socialismo liberale non é un dogma, né propone una fede. Smonta il marxismo e congiunge il socialismo indissolubilmente con la libertà. Questo ardore liberale spinse Rosselli non solo a professare e pagare il suo antifascismo, ma ad esporsi e a combattere, anche durante la guerra di Spagna, assai più di un ortodosso. Entrambe le tendenze, quella riformista e quella socialista liberale, furono duramente condannate come eretiche dai cultori dell’ortodossia, dai succubi del dogma della rivoluzione e del paradiso sovietico. Quel che scrisse Gramsci su Prampolini nel 1920 é a dir poco vergognoso. Quel che Togliatti scrisse nel 1932 a proposito di Filippo Turati, dopo la sua morte, lo é di più.

Poi gli anni passano, le revisioni procedono e il grande paradosso é che quel che ieri era da condannare oggi viene rivalutato, magari dagli stessi, o dai figli degli stessi, che componevano il tribunale dell’inquisizione. E parole come “socialdemocratico” che erano ritenute sinonimo di cedimento a destra oggi rappresentano motivo di obiezioni di segno opposto. Quel che non si può cancellare é la storia, le ragioni e i torti dei suoi protagonisti. In questi 125 anni il socialismo riformista e quello liberale non solo hanno vinto un lungo braccio di ferro con l’estremismo, il populismo, il rivoluzionarismo, il comunismo, il dogmatismo, ma consentono oggi di recuperare, grazie alla loro versione di socialismo, una storia lunga e caratterizzata anche da tendenze negative. Una parte della storia socialista finisce così per salvare il socialismo italiano, oggi senza un interprete adeguato dopo la fine dei partiti storici. E mentre é in voga la tendenza, purtroppo prevalente, a deformarne i messaggi e le intuizioni. Il muro di Berlino, in Italia, é crollato su chi ha avuto ragione, salvando chi aveva avuto torto. Oltre agli errori politici di chi é stato sepolto, ha influito il corso di una rivoluzione giudiziaria strabica. Così si è creata una duplice frattura: quella tra storia e politica e quella tra storia e verità. Ci vorranno anni ancora per rinsaldarle. Noi lavoreremo fino all’ultimo per questo. Lo dobbiamo ai nostri padri e nonni. A coloro dai quali abbiamo imparato ad amare un partito nato 125 anni fa al caldo di un’estate dedicata non alle vacanze, ma a costruire la storia.

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