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Sul caso di Giuseppina Ghersi

22 settembre 2017 301 views No CommentStampa questo articolo Stampa questo articolo

Nell’agosto del 1990 provocai il grande confronto nazionale (ne parlò anche il giornale della gioventù comunista sovietica) sul dopoguerra reggiano. Si evocò il triangolo della morte anche se il termine riguardava tre comuni del modenese. L’ex deputato comunista Otello Montanari scrisse poi il suo famoso Chi sa parli che suscitò clamore perché si trattava del primo comunista che ammetteva responsabilità dirette del Pci negli omicidi, non solo e non tanto di ex fascisti, ma di imprenditori, cattolici, liberali e anche di socialisti, come l’ex sindaco di Casalgrande Umberto Farri ammazzato brutalmente a casa sua nell’agosto del 1946. Da pochi mesi era crollato il muro di Berlino e il Pci aveva deciso di cambiar nome. Su quei fatti il Psi tenne un grande convegno concluso da Rino Formica e al quale parteciparono l’ex partigiano Aldo Aniasi e l’ex comunista Ripa di Mena. Su tutto questo scrissi poi un libro “Storie di delitti e passioni”, uscito nel 1995.

Il caso della povera Giuseppina Ghersi, la bambina di 13 anni orribilmente ammazzata a pochi giorni di distanza dalla Liberazione, appartiene a quella stessa categoria di delitti che per fortuna a Savona furono meno copiosi che non a Reggio Emilia (il prefetto della Liberazione Vittorio Pellizzi ha parlato di mille morti fino alla fine del 1946, lo storico comunista Giannetto Magnanini “solo” di 450). Anche a Reggio Emilia un ragazzo seminarista di 14 anni venne trucidato da alcuni partigiani comunisti, solo colpevole di portare l’abito nero. Si tratta di episodi che la coscienza di tutti i democratici ha il dovere di condannare e non dimenticare. E dopo che la vicenda della Ghersi é stata ricordata nel libro di Pansa “Il sangue dei vinti” e, soprattutto, dopo la decisione di rinfrescarne la memoria con una targa in piazza, si ha il dovere di sbugiardare coloro che ancor oggi si arrampicano dietro il paravento del giustificazionismo.

La nostra condanna per chi che si é macchiato di questo crimine, qualsiasi sia la sua matrice politica, la ragione di quel gesto, le sue finalità, deve essere assoluta. La presa di distanze del presidente dell’Anpi di Savona, subito criticato anche dall’Anpi nazionale, non é solo inaccettabile, ma anche pericolosa. Rapportare gesti come questo alla lotta di liberazione finisce per attribuire delitti infami alla nobile rivolta degli italiani al nazi fascismo. Separare questi episodi dalla Resistenza significa preservarla da crimini indecenti. Nella confusione la Resistenza é lesa, nella distinzione é salva. Non é un caso che i veri partigiani già nel 1990 presero posizione condannando gli omicidi del dopoguerra. E che oggi tutti i partiti democratici abbiano usato parole chiare sulla crudele morte di quella povera bambina. Aggiungo che se l’iniziativa della targa fosse partita dai soggetti del centro sinistra, e non da un consigliere di Forza Italia, più difficile sarebbe stata l’appropriazione del gesto anche da parte di forze di estrema destra. Cos’é questa timidezza o ritrosia a farsi carico di iniziative esplicite che segnino un confine netto tra crimine infame e guerra giusta, tra omicidio e giustizia, tra crudeltà e umanità? Ho sempre pensato che la nostra matrice sia quella giusta per stare dalla parte dell’antifascismo senza rinnegare mai i valori del rispetto della dignità umana.

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