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Craxi diciott’anni dopo

18 gennaio 2018 129 views No CommentStampa questo articolo Stampa questo articolo

Ancora non ci siamo. E’ vero che il giudizio su Bettino Craxi é cambiato, che la sua completa demolizione ha lasciato spazio a giudizi più ponderati, soprattutto alla luce del fallimento della classe dirigente della cosiddetta seconda Repubblica mai nata. Ancora però restano, soprattutto a sinistra, forti pregiudizi di ordine politico e morale che sono duri a morire. Anche per questo i ricordi di Craxi sono generalmente artificiali e quasi mai (salvo lodevoli eccezioni) affidati a piazze, vie e monumenti delle nostre città. Così pure la demonizzazione di Craxi pare si sia portata seco la dimenticanza, se non la cancellazione, della storia socialista italiana, che anche in questo gennaio che ricorda il settantesimo della promulgazione della Costituzione italiana ha registrato valutazioni abusive e dettate dall’attuale contingenza politica. Come quelle che hanno inteso valorizzare il ruolo esclusivo della Dc e del Pci alla Costituente, cancellando quello, ben più visibile e corposo, dei socialisti.

Forse anche per questo Craxi vien mantenuto in soffitta. Per permettere agli eredi di Dc e Pci di difendere la loro storia. Soprattutto quella del Pci e per questo le resistenze a sinistra sono più forti che a destra e al centro. I socialisti sono stati l’altra faccia della medaglia della sinistra rispetto a quella comunista. Ripercorrere la storia italiana dimenticando Turati, Nenni, Saragat e Craxi permette di privilegiare Gramsci, Togliatti Longo e Berlinguer. Al confronto ci sta una tendenza che nella storia ha vinto contro una che ha perso ed è finita sotto i calcinacci del muro di Berlino. Mani pulite colpendo Craxi e non gli eredi del Pci ha permesso agli sconfitti di assurgere al rango di vincitori. Craxi ci ha messo del suo? Può darsi. Anzi, personalmente lo dissi gia allora, Bettino non comprese che la fine del comunismo e del Pci significava l’apertura di un nuovo inizio per tutti. Troppo caratterizzato era il sistema politico italiano dal contrasto tra comunismo e anticomunismo (il Pci era il partito comunista più forte dell’intero occidente) per ritenere il nostro sistema politico immune da questo rivolgimento.

Craxi non lo capì e come lui i maggiori esponenti della Dc, Cossiga escluso. E il Psi finì impreparato all’appuntamento con la storia, prima sotto i colpi leghisti dell’onda del Nord e poi sotto quelli della magistratura. Eppure di Craxi bisogna ricordare le grandi intuizioni politiche e l’insopportabile ingiustizia subita sul piano morale prima ancora che giudiziario. Sul piano politico non c’é idea, proposta, legge, che poi non sia stata rivalutata e persino assunta in proprio da altri. Penso, partendo da quel luglio del 1976 che lo vide nuovo segretario del Psi dopo il Midas, che seguiva la sconfitta elettorale di quell’anno, all’eurosocialismo, al chiarimento a sinistra su pluralismo e leninismo, al saggio sul socialismo eretico alla Proudhon, alla lotta per la legge sull’aborto che porta il nome di Loris Fortuna, alla grande riforma, anche costituzionale (lo preciso per i conservatori del no al referendum), alla lezione umanitaria sul caso Moro, alla governabilità, alla lotta all’inflazione (portata col suo governo da 14 al 4 per cento anche grazie al referendum sulla scala mobile vinto nel 1985), a Sigonella, alla revisione del concordato, alla negazione delle basi americane per i bombardamenti di Reagan su Tripoli e Bengasi, al consenso all’operazione militare Onu per liberare il Kuwait, alla lotta alla droga, al presidenzialismo. E cito solo alcune delle posizioni del suo Psi.

Quanto alle sue condanne legate al teorema di Di Pietro, “non poteva non sapere”, il criterio che lo vide, unico tra i segretari di partito, a rispondere penalmente anche per altri, sarebbe ora che i magistrati di Milano, a cominciare da quel Davigo che spopola in tv con peloso narcisismo, ammettessero finalmente l’errore. La grande ingiustizia è avere dovuto subire condanne (non si contano e sommate insieme lo avrebbero portato all’ergastolo, per il solo reato di finanziamento illecito e reati connessi), mentre tutti gli altri che avevano commesso gli stessi reati non sono stati neppure inquisiti e molti sono ancora politicamente protagonisti. Quando Craxi alla Camera pronunciò il famoso discorso sul finanziamento illecito ai partiti e alle attività politiche invitando chi lo accusava ad alzarsi e giurare di non averlo mai praticato, non si alzò nessuno. Un silenzio rivelatore di una generale ipocrisia. Solo Craxi pagò e per tutti.

Costretto a ripiegare su Hammamet, si può discutere se sia stata la scelta migliore, non fu abbandonato da molti compagni (io stesso gli feci visita due volte), mentre molti altri gli voltarono le spalle. E’ morto il 19 gennaio del 2000, a 66 anni di età, dopo un’operazione per un tumore al rene che gli é stata praticata in un ospedale militare tunisino in condizioni di estrema precarietà, dopo che le autorità italiane rifiutarono il ricovero in una struttura ospedaliera del suo paese se non avesse accettato le condizioni di detenuto. Il presidente del Consiglio dell’epoca Massimo D’Alema, ciononostante, propose alla famiglia funerali di stato, che vennero rifiutati. Ed emerse la contraddizione di un governo che da un lato accettava l’equiparazione di Craxi a latitante e nel contempo proponeva di concedergli gli onori riservati a un uomo di stato. Sono passati diciott’anni da allora e l’Italia é cambiata non in meglio. Tra le tante avvertenze di un leader politico, che amava visceralmente il suo paese, sono emerse quella relativa all’Europa monetaria e al ruolo della finanza. Egli mise in guardia l’Italia e profetizzò che l’Europa poteva trasformarsi in un inferno e dichiarò che dopo avere distrutto la politica la finanza avrebbe distrutto l’Italia. Aveva ragione anche su questo.

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