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Riflessioni post elettorali

16 marzo 2018 97 views No CommentStampa questo articolo Stampa questo articolo

I dati di novità rispetto a quelli di tutti i sondaggi sono quattro: la travolgente avanzata del Movimento Cinque stelle che si attesta oltre il 32 per cento, la debacle del Pd che scivola al 18, la contestuale affermazione della Lega, oltre il 17, che ribalta il rapporto di forze con Forza Italia ferma al 14, l’insuccesso di LeU che si ferma poco sopra il tre. Cerchiamo di capire e di ragionare. L’insoddisfazione sui temi della sicurezza e dell’immigrazione, assieme alla disoccupazione, soprattutto nel Sud ancora troppo alta, non spiegano da sole una tendenza cosi travolgente a favore delle forze più estreme di opposizione. L’insoddisfazione si salda a mio avviso con una forte tendenza anti establishment alimentata da campagne di stampa, sulle televisioni, sui social, continua, incessante, produttiva. E’ una posizione dell’elettorato che si é manifestata con forza negli Stati uniti dove il trionfo di Trump precede e si accomuna con l’orientamento del voto italiano.

I partiti di governo, ma anche Forza Italia e perfino LeU, sono stati concepiti come forme di politica tradizionale, una dimensione del potere rinchiuso in se stesso. Berlusconi non solo non ha portato, come tutti prevedevano, un incremento di consensi al suo partito attraverso le sue continue uscite televisive, ma ha finito per produrre un disincentivo a votarlo a causa della sua immagine logorata, dei suoi difetti di linguaggio, delle sue stravaganti promesse da prestigiatore. Bersani, D’Alema, il povero Grasso, hanno contestato Renzi fornendo però un’immagine ancora più vecchia, anzi arrugginita, della sinistra, un revival di parole e di slogan incapaci di fornire una reale alternativa che non fosse il ritorno a un deja vu ideologico e dogmatico fuori dal tempo. Non si sono accorti che il mondo, l’Europa e soprattutto l’Italia, si dirigeva dalla parte opposta alla loro. E loro insistevano convinti del contrario.

Al presidente Mattarella spetta un compito complicato e delicato. Nessuno può vantare una maggioranza parlamentare. Tuttavia la forza di maggioranza relativa che più si avvicina al necessario quorum è il centro-destra a trazione leghista. Probabile dunque che il primo mandato sia quello a Salvini. Riuscirà il leader leghista a convincere qualche parlamentare dello schieramento avverso a votare il suo governo? Difficile prevederlo. In seconda battuta può essere affidato un incarico al primo partito, al suo candidato Di Maio, per verificare l’esistenza di una convergenza con altri, contro la quale sta sparando fuoco e fiamme Beppe Grillo. La terza ipotesi è l’affidamento di un mandato a un’alta personalità per comporre un governo con una maggioranza trasversale, il governo del presidente, che avrebbe vita breve, forse dovrebbe anche por mano a una nuova legge elettorale e nel giro di un anno rimandare l’Italia al voto.

La crisi del Pd e della sinistra italiana, con le prevedibili dimissioni di Renzi, é senza precedenti. Qualcuno l’ha paragonata a quella della sinistra francese. Però in Francia, dove il risultato dei socialisti é stato ben peggiore di quello del Pd, ma dove esiste un sistema semipresidenziale e una legge elettorale che assicurano stabilità, lo sbocco é stato il riformista Macron non Di Maio. Una sinistra, anzi un centro-sinistra ed é ben peggio, sul 22-25 per cento in Italia non s’era mai vista. La sinistra italiana tra prima e seconda repubblica si é sempre attestata attorno al 40 per cento. Solo due le eccezioni. Il dato del Fronte popolare del 1948, che era del 30,98 per cento, e il risultato dei progressisti occhettiani nella disfatta del 1994 che superò il 34. Se noi pensiamo che il problema sia spostare la sinistra un po’ più a sinistra o un po’ più a destra non ne saltiamo fuori. Restiamo prigionieri di uno schema che non esiste più. Penso che sarebbe bene che il primo atto di tutti i partiti di sinistra fosse il loro azzeramento, poi la definizione di un percorso per fondare un soggetto, non necessariamente un partito, che metta nella sua agenda due temi essenziali: quale Europa e quale leader.

E veniamo alla nostra piccola comunità socialista con un primo sguardo fuori di noi. Emma Bonino ha preferito marciare sola e non ha raggiunto la quota del tre per cento, dunque non ha eletto nessuno. Con noi e i verdi l’avrebbe superata. Una piccola soddisfazione. Il risultato di Insieme, ben al di sotto anche di aspettative non illusorie, ha mostrato che senza risorse, senza visibilità e senza leader, non si possono affrontare le elezioni. La proposta di un azzeramento riguarda anche noi, per la verità già più volte azzerati dall’elettorato e da tempo più soggetto per elezioni locali che per consultazioni nazionali. Lasciamo perdere idee bislacche di rifondazioni e di unità non si sa con chi e perché e distinguiamo bene tra storia, editoria, pubblicistica e politica. Per le prime tre occorre salvaguardare i nostri strumenti (e l’elezione di Nencini ci consente se non altro di poter concorrere al finanziamento) tra i quali l’Avanti, Mondoperaio, la stessa fondazione di Acquaviva, adesso l’archivio digitalizzato dell’Avanti. Per la politica non vedo possibilità di autonome sopravvivenze. Occorre capire che all’appuntamento con la rinascita di una forza riformista europea dovremo contribuire, per quel poco che rappresentiamo, anche noi, magari assieme agli amici verdi e ai radicali pannelliani. E magari subito con un più stretto coordinamento tra di noi. Se azzeramento ci sarà e con esso un nuovo inizio penso che sarebbe stupido erigere per noi i vecchi steccati.

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