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Cinque punti per ripartire (il testo dell’intervento al convegno “Via dal presente”)

7 luglio 2018 210 views No CommentStampa questo articolo Stampa questo articolo

Il primo imperativo, la prima esigenza, é che l’opposizione al governo gialloverde si svegli. Che esca dall’afasia frutto di un deperimento probabilmente inguaribile del Pd, che spero metta in condizione tutti gli altri di creare un fatto nuovo, una coalizione o preferirei un nuovo soggetto politico, come auspica Carlo Calenda, che vada oltre il Pd. Alla crisi piu profonda della storia della sinistra italiana, che mai dal dopoguerra aveva raccolto solo poco piû del 20 per cento, il Pd ha finora risposto in burocratese, fissando calendari, ordini del giorno, attese di nuovi segretari o commissari o fratelli di commissari, e naturalmente dividendosi, l’arte alla quale si sente piû votato. Penso che il servizio che questo partito potrebbe fare a se stesso e alle prospettive della sinistra e del centro sinistra italiani sia davvero quello di andare alla ricerca di un nuovo soggetto dove si sistemi l’identità, dove abbiano accesso le storie, dove si fotografi la realtà di un mondo che non si é compreso, dove si accendano nuove luci di ribalta e di successo.

Una nuova marcia alla quale, noi che rappresentiamo una storia e un’identità, noi che facciamo politica per passione e senza potere, e che siamo oggi essenzialmente organizzazione periferica, amministrazione locale, editoria politica e molto meno occasione di consenso elettorale nazionale, possiamo e vogliamo recare un contributo. Si può essere piccoli e avere idee grandi. Possiamo diventare un laboratorio che operi per noi e per gli altri. Questo il senso della proposta di Riccardo Nencini, che condivido. Questa é la nostra ambizione oggi. Fissare per noi e proporre agli altri un itinerario ideale, programmatico e politico. Si tratta della nostra funzione più rilevante.

Secondo punto. E’ necessaria per l’Italia un’alternativa al sovranismo e al populismo? Io penso proprio di si. Io penso a un’alternativa innanzitutto culturale. Il sovranismo nel mondo della globalizzazione é un’eresia. Nessuno stato è interamente padrone del proprio destino. Eppure questa idea che si basa sulla paura di perdere peso e potere, dunque sulla necessità di difendersi e di alzare nuovi muri, ha preso piede in America con l’elezione di Trump e col suo America first. Mai però prima dell’Italia questa tendenza aveva vinto in Europa. L’Italia, come per l’esperienza fascista iniziata nel 1922, rappresenta il primo esperimento di un governo sovranista. Allora l’esperimento dilagò e condusse alla seconda guerra mondiale. Angelo Panebianco sostiene che questo sia il naturale sbocco del sovranismo o, se vogliamo, chiamarlo come allora, del nazionalismo. In effetti il sovranismo conduce sempre al conflitto cogli altri. Sovranismo e internazionalismo sono termini antitetici. Non può esistere un’internazionale sovranista perché i singoli stati sovranisti sono logicamente in conflitto tra loro. Pensiamo all’Italia del governo Salvini e all’Ungheria di Orban o agli stati di Visegrad. Per difendere singoli interessi nazionali, l’uno vorrebbe cancellare Dublino e imporre la suddivisione dei migranti per quote, gli altri considerano Dublino un tabù e negano le quote. Il sovranismo é una dannosa utopia.

Terzo punto. L’alternativa al sovranismo é l’europeismo. Ma non l’europeismo che con la sola unione monetaria ha generato squilibri, con vincoli insuperabili se non dietro raccomandazione (vedi Francia e Spagna), creato recessione e disoccupazione nei paesi più deboli e coi patti di stabilità ha prodotto l’assurda equiparazione tra spesa corrente e investimenti, che perfino un noto leader bolscevico come Mario Monti continua a contestare. L’Europa politica dunque, quella che Macron e la Merkel hanno tratteggiato recentemente parlando di un bilancio comune. Gli stati uniti d’Europa che già appartengono loro stessi a una fetta del mondo molto piccola. Quando sono nato il mondo era popolato da 3 miliardi di persone e l’Europa ne rappresentava un quarto. Adesso la popolazione mondiale supera i 7 miliardi di persone e l’Europa ne rappresenta un ottavo. Nel 2050 gli esser umani sulla terra saranno 10 miliardi e l’Europa, dove la nataltà é ferma, sarà solo un dodicesimo. Il sovranismo, che é folle ovunque coi processi di finanziarizzazione dell’economia, col commercio unico, coi processi di migrazione che non si fermano, in Europa diviene così ridicolo suicidio.

Quarto. Una alternativa europeista e internazionalista, dunque, deve fondarsi su proposte nuove attorno ai due temi del momento: l’immigrazione e il lavoro. Ma prima ancora sul rilancio della politica democratica, contro l’improvvisazione e il dilettantismo e la stupidità di chi crede che lo sbarco sulla luna non ci sia mai stato e che esistano davvero le sirene. I dati sull’immigrazione sono diversi da quel che appaiono. In Italia insiste l’8,3 per cento di immigrati regolari. Gli extracomunitari sono il 6. Siamo dietro la Germania, il Regno unito, il Belgio, mentre gli irregolari sono circa 600mila, l’8 per cento dell’8 per cento, quelli che Berlusconi voleva spedire indietro con la bacchetta magica in campagna elettorale. Dal gennaio a giugno, grazie a Minniti, sono sbarcati solo 16mila migranti contro i 64mila del 2017 e i 52mila 2016. Negli stessi giorni in cui il muscollarismo del ministro degli interni rifiutava una imbarcazione con 600 migranti, accolta in Spagna dal socialista Sanchez, ne sbarcavano più di 2000 grazie alla Guardia costiera. La retorica del cattivismo porta voti, non risultati. La migrazione si blocca in Libia in campi Onu e non in campi di concentramento, non si blocca in mare, dove il primo dovere di uno stato a dimensione umana e di salvare la vita di tutti gli uomini e donne e bambini che sono in pericolo. Il problema di fondo più che l’alto numero di migranti è loro gestione.

Occorre distinguere tra Ong sane e coinvolte nel traffico di esseri umani, colpire le cooperative che sfruttano i migranti, intraprendere una lotta efficace contro la loro utilizzazione nei campi del sud, convertire i migranti che non lavorano in volontari per opere civili, sancire il divieto di concentrazione nelle periferie urbane e la necessità di distribuzione sul territorio. Queste sono alcune idee che vanno ulteriormente sviluppate in un’apposita conferenza sull’immigrazione che dovrebbe costituire il nucleo del prossimo appuntamento

Una precisazione. Il renzismo ha fatto acqua sui problemi del lavoro. Come filosofia della rottamazione (la lotta delle classi, l’ha chiamata Ugo Intini), che incarna il valore dell’inesperienza come virtù, come superficiale invito all’ottimismo (l’italia in pol position, il popolo che esulta sotto la curva sud e altri slogan), come pratica delle mance (anche oggi Renzi sostiene la validità degli ottanta euro che avrebbero potuto invece essere spesi per detassare il costo del lavoro, e per abbassare il cuneo fiscale), come tutto questo penso che il renzismo sia una fase superata. Quello che mi pare da evitare però é un ritorno al vecchio armamentario della sinistra, alla benedizione di vecchi tabù sindacali, o adddirittura alla riscoperta di vecchi sepolcri imbiancati. Il mondo nuovo impone risposte nuove. E andare al rilancio di Marx che non conosceva i tre capisaldi del nostro mondo, e cioè la globalizzazion, la finanziarizzazione e l’immigrazione, appare ridicolo. Non basta una nuova proletarizzazione del ceto medio per riconsacrarlo. Vedo che Giorgio Galli sostiene che una sinistra non può che essere anticapitalista e mi viene qualche sobbalzo.

Quinto punto. Noi socialisti dobbiamo allargare i confini, magari in una Federazione che unisca innanzitutto i socialisti. Una federazione che aggreghi partiti, movimenti, personalità del mondo socialista, con spirito aperto e non burocratico.

Poi un nuovo cerchio piû avanzato. E cioè un coinvolgimento dei radicali transnazionali, degli ecologisti, dei laici per una Costituente liberalsocialista.

E infine il cerchio più grande. Un nuovo edificio del riformismo italiano. Difficile fare i primi due passi senza che esista la prospettiva del terzo. Un monolocale non puô esistere senza condominio. Ecco l’ideale é magari che non si configuri l’edificazione di un condominio con tanti monolocali, ma un’unico edificio accogliente per tutti. Credo sia utile e noi vorremmo parteciparvi da architetti, con le nostre idee, quelle di un piccolo partito con una grande storia. E anche la naturale presunzione di essere ancora utile per sé e per gli altri.

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