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Calenda, il Pd e le Europee

30 agosto 2018 88 views No CommentStampa questo articolo Stampa questo articolo

Sono completamente d’accordo con Calenda che giudica questo governo il peggiore della storia repubblicana e che, contrariamente alla Guelmini che pure riprenderebbe volentieri il nome “socialista” (ma su questo anche Calenda non ha obiezioni e ha definito il riformismo socialista “una grande stagione”), non ritiene sia stato un errore evitare l’intesa col M5S. I grillini non sono la soluzione del problema, sono il problema. L’unione di populismo e sovranismo rappresenta una mistura indigeribile soprattutto per un liberale. Ecco perché Calenda (questo l’ho scritto più volte e i fatti mi danno ragione) definisce il governo in blocco come avversario politico, mentre la sinistra del Pd pensa che nel blocco ci siano futuri alleati. Il dibattito avvenuto ieri sera nella rubrica “In onda”, su La7, doveva mettere a confronto le due anime del Pd. Entrambe, però, hanno sparato alzo zero sull’attuale dirigenza. Entrambe si sono augurate un azzeramento del gruppo dirigente, polemizzando aspramente coi due gruppi, quello renziano e quello antirenziano, che non si decidono neppure a convocare un congresso. Se Calenda pensa a una nuova coalizione o soggetto politico largo e che aggreghi tutte le sensibilità riformiste e liberali, la Guelmini pretende un cambio del nome, visto che ormai la stagione del Pd viene giudicata esaurita.

Nella ricerca del nome sta anche tutta l’esigenza, mai soddisfatta, di trovare un’identità. Dalla nascita del Pd come socialisti abbiamo sottolineato quei gravi difetti che oggi sono alla base della sua crisi e dell’auspicato mutamento. Innanzitutto l’idea che per non superare la storia comunista italiana, anziché fare ricorso alla naturale conversione nell’altra e più naturale storia, quella socialista, e in particolare quella del socialismo riformista e liberale, si dovesse ricorrere ai miti veltroniani della lontana America. Un partito che da comunista diventa democratico di sinistra e che nel suo pantheon può evitare di omettere Gramsci e Togliatti, è un partito ambiguo. Un partito che nel 1999 compie più direttamente una scelta socialdemocratica e non riconosce che il leader socialdemocratico Saragat aveva ragione, intestando le sue sezioni a Berlinguer è un partito strabico. Un partito che poi diviene democratico senza aggettivi e si unifica con un settore che proviene dal cattolicesimo e per alcuni anche dalla vecchia Dc ed è costretto a cantare le lodi di De Gasperi che i comunisti li cacciò dal governo nel 1947, è un partito cinico. Un partito che continua a svolgere feste dell’Unità, giornale fondato da Gramsci nel 1924 in polemica con l’Avanti, è un partito opportunista.

Si dirà che ormai storia e politica non vanno a braccetto, che la fine delle ideologie, la caduta dei muri, i grandi problemi della globalizzazione, della finanziarizzazione e della migrazione, annullano tutte le appartenenze. Bisogna distinguere. Certo i nuovi problemi non possono essere affrontati con vecchie ricette. Ad esempio un ritorno al socialismo scientifico solo perché, contrariamente agli anni ottanta, il ceto medio si starebbe proletarizzando (vecchia profezia di Marx) o addirittura perché (tesi di Fusaro) si importerebbe nuova manodopera dall’Africa per sostituire quella tradizionale a minor costo, il che si configura come una sorta di marx-salvinismo. E la stesse socialdemocrazie europee hanno bisogno di svegliarsi, di dotarsi di nuovi programmi e di nuove strategie. Resta il fatto che in tutta Europa, anche oggi, anche alla luce dei recenti sondaggi, le forze che si ispirano al Pes rappresentano la maggioranza relativa degli elettori in Portogallo, in Spagna, in Svezia, nel Regno unito (che ormai non è più nell’Unione), se vogliamo in Grecia e, con l’eccezione della sola Francia, dove però un ex socialista, Macron, ha ereditato parte cospicua della forza del vecchio Psf, in tutte le altre nazioni questi partiti sono in piedi e con percentuali non trascurabili. In Europa non esiste, il caso è solo italiano, alcun partito democratico e la direzione scelta già nel 1989 è alla base della mancanza di identità d’un partito oggi in crisi.

Le elezioni europee si avvicinano e il pericolo di un successo del fronte populista e sovranista è forte. Spero che le vere direttive provengano dall’Europa, cioè dai partiti che questa tendenza contestano. Se i primi vinceranno l’Europa, o quel che resta dell’Europa, sparirà. Avranno vinto Trump e Putin che questo desiderano. E non si dica che nascerà un’altra Europa. Il sovranismo (che altro non è che il vecchio nazionalismo) non presuppone legami internazionali, ma solo conflitti tra stati. Fin d’ora le strategie di posizionamento possono essere solo due ed entrambe accomunate da decisioni da calare nei singoli stati, per dare l’idea di una fronte europeo omogeneo. O una unica lista antisovranista che metta insieme socialisti, popolari, verdi, liberali, democratici, oppure una coalizione che proponga soggetti autonomi. In quest’ultimo caso altro non c’è anche per l’Italia che la presentazione di una lista di Socialisti e Democratici. E se il Pd poi si sciogliesse per dar vita a un soggetto con questo nome, noi socialisti vi porteremmo tutto il peso di una storia, di un’identità e di una collocazione europea coerente e ambiziosa. Fragili oggi come consenso, ma decisivi per risolvere le ambiguità di un trentennio e per portarvi l’identità cercata.

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