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La fine dei poli e la Grande illusione

31 agosto 2018 92 views No CommentStampa questo articolo Stampa questo articolo

Ragionare come se poco o nulla fosse successo e stia succedendo equivale a non voler capire o ad avere interesse a non capire. L’attuale coalizione di governo non ha ragionevoli alternative in questa legislatura ed é probabile che duri. Sconsiglierei gli ottimisti di entrambi i fronti a scommettere sulla possibilità di un deragliamento della coalizione di governo da un lato o da quello opposto dello scacchiere politico. Questo vale per il breve, ma anche per il medio periodo. Quando due partner di governo stanno assieme per anni non si possono presentare in posizioni opposte agli elettori. Possono al massimo non presentarsi affatto, come in qualche misura é accaduto all’ex Nuovo centro-destra di Angelino Alfano. Non possono combattersi dopo essere stati alleati. Questa non sarebbe solo una contraddizione politica, ma anche logica.

Ma c’é un altro motivo che spinge alla disillusione. E cioè la fine non solo del bipolarismo, ma anche del tripolarismo. Oggi esiste un unico polo, quello costituito da Lega e Cinque stelle, con un’area ormai ridotta a una percentuale sotto il 10 per cento sul lato berlusconian-meloniano e col solo Pd, rassegnato a ricelebrare la sua ormai consueta Caporetto, sul lato opposto. Si illudono, entrambi (esclusi i renziani, che però nulla propongono), di separare i due contraenti il patto di governo, ma così facendo, e dunque non rompendo i ponti con gli uni e gli altri, finiscono entrambi per rafforzare ulteriormente la maggioranza. La cosa più naturale sarebbe che si formasse un’unica e pluralistica area che da Forza Italia arriva fino a LeU, il cosiddetto Fronte repubblicano evocato da Calenda, almeno sulle questioni di fondo che attengono la difesa della democrazia repubblicana e dei principi fondamentali della Costituzione.

Fino a che durerà la reciproca illusione dei recupero dei due alleati, questo non sarà possibile, perché l’illusione di un amore futuro sconsiglia un aspro conflitto presente. Così l’opposizione non esiste e se esiste balbetta. Berlusconi solidarizza con Salvini, suo autentico vampiro di voti, per la denuncia di un magistrato, la Guelmini, ma anche Damiano, per non dire del solito Emiliano, apprezzano Fico e parte del decreto Di Maio. Così, il bipolarismo, trasformatosi in tripolarismo, rischia oggi di aprire le porte al monopolarismo. Assortito da scampoli, a destra e a sinistra, di scarso rilievo. Il Pd non se ne rende conto o, più probabilmente, finge di non rendersene conto. Tra renziani e antirenziani la pace equivale al surplace. Non si discute nulla, non si decide nulla. Così nessuno dissente.

Il Pd è oggi ridotto a un fantasma che si aggira senza vita nella politica italiana. Dalle elezioni son trascorsi sei mesi e nessuno ha capito cosa abbiano in testa i suoi dirigenti. Se emergesse un’idea si scatenerebbe subito il finimondo. Sorgerebbe subito una smagliatura, un’aspra polemica. Meglio rinviare. Il non far nulla è la sola medicina per curare i conflitti. Così si è eletto un segretario pro tempore in attesa di un congresso che non è stato convocato. Siamo a Jonesco. L’unico che parla, e a ragione, è Carlo Calenda che non fa parte degli organi, mentre il povero Martina si carica sulle sue spalle un peso che non può reggere. Occorrerebbe ben altro, ma la difesa di spazi singoli e di gruppo é forse ritenuta più importante del rilancio di uno spazio politico.

Se perfino il suo fondatore, Walter Veltroni, è assalito dal dubbio che la nascita del Pd sia stata un errore, se perfino i sindaci di quel che gli resta dell’Emilia-Romagna, e addirittura autorevoli amministratori regionali, sono orientati a non presentare il simbolo del Pd alle elezioni, una riflessione sull’ipotesi del superamento di questo partito dovrà pure essere compiuta dal gruppo dirigente nazionale. Non arrivo a pensare che si ammetta, anche se di questo sono convinto, che molti suoi problemi siano diretta conseguenza del rifiuto dell’unità socialista dopo l’89, e dunque che l’autocritica parta proprio dal punto in cui dovrebbe partire. Resta il fatto che se una forza politica é al capolinea, e perfino i suoi dirigenti regionali e comunali vanno alla ricerca di vie nuove, un’altra forza deve nascere. Se la legge della politica assomigliasse a quella della fisica o anche solo a quella della logica, dovrà per forza essere così. Ma in politica emergono anche aspetti personali, di ceto, di casta, come si dice oggi, capaci di frenare quel che sarebbe logico e giusto. Il mutismo del Pd non aiuta a disinnescare il timore della prevalenza di un malcelato continuismo che serve per rassicurare un vertice ormai senza prospettive che non siano quelle di una sua temporanea sopravvivenza

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