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Faber, vent’anni dopo

12 Gennaio 2019 168 views No CommentStampa questo articolo Stampa questo articolo

Ricordo Fabrizio. Sono passati vent’anni dalla sua scomparsa ma le sue canzoni, anzi le sue poesie musicali che hanno sedotto la mia generazione, sono più vive che mai e non c’è ormai nessuno, dagli anziani ai più giovani, che ascoltandole non se ne senta partecipe. Ero poco più che un bambino quando mio padre portò a casa un suo disco dove per la prima volta si parlava di una puttana. Era “Il testamento”, versione italiana della canzone di George Brassens. Era il 1963. Lo nascose perché doveva farlo ascoltare solo ad alcuni amici e non a me. Io lo scovai e ascoltai anche il pezzo che stava dietro, “La ballata del Michè”, e me ne innamorai. Parlava di un suicida a cui i preti non avevano voluto regalare una messa, comportandosi senza sentimenti di pietà.

Da allora andai alla ricerca delle sue canzoni e quando dal 1967 iniziò a diventare famoso col long play “Preghiera in gennaio”, dedicata a Luigi Tenco, capii che forse ero stato un antesignano. D’altronde chi allora andava nei negozi di dischi a comprare i 33 giri di Gino Paoli, Bruno Lauzi, Giorgio Gaber e appunto Brassens e Brel? E non amava i Beatles e i Rolling Stone? A mio avviso il capolavoro di Fabrizio é “La buona novella”, del 1970. Che dire di fronte al pezzo disperato delle tre madri? E che dire dei dieci comandamenti con la risposta di un povero disgraziato? Suonavo la chitarra e quando nel 1968 cantai lo spiritual “Dio del cielo se mi vorrai amare scendi sulla terra e vienimi a cercare” una bigotta mi interruppe dichiarando che era una canzone blasfema perché semmai dobbiamo essere noi a cercare Dio. Ma della poetica di De André mi appassionava proprio quel rivoltare le tradizioni. Come le madri dei due ladroni in croce che invidiano Maria perché suo figlio risorgerà e i loro no e Maria che quasi imprecando  il destino esclama rivolto a Gesù: “Non fossi stato figlio di Dio t’avrei ancora per figlio mio”. Un grande poeta, Fabrizio. Eretico, come tutti gli uomini liberi.

Gli avevano affibbiato, forse era stato lo stesso Paolo Villaggio, autore della canzone su  Re Carlo che ritorna dalla battaglia di Poitiers, a latinizzare il suo nome desumendolo da una famosa marca di pastelli. Faber era un tipo introverso e forse più schivo che timido. Non andava in tivù né faceva concerti eppure già alla fine degli anni sessanta i suoi dischi erano i più venduti tra i giovani, impegnati e generalmente politicizzati. Quel che trovavano in lui, almeno fino a “Non al denaro, non all’amore ne al cielo”, era un modo di nuovo di ragionare e di fissare i valori. Che poi era anche un po’ il vecchio del migliore messaggio cristiano. Non era vero che la politica fosse tutto, c’era l’individuo e c’erano i tanti a margine della società che avevano un’etica e se deragliavano erano ugualmente figli di questo mondo, perché “dai diamanti non nasce niente e dal letame nascono i fior”.

Dall’antologia di Spoon River Fabrizio scolpì, con la consulenza musicale di Piovani, singole individualità, tutte colorate di un’umanità prorompente. Come il suonatore Jones che disse al mercante di liquore: “Tu che lo vendi cosa ti compri di migliore?”. Con “Storia di un impiegato” Fabrizio ammonisce, come i cantori del maggio francese: “Anche se voi vi sentite assolti siete per sempre coinvolti”, ma qui la sua ispirazione anarchica è un po’ troppo soverchiante rispetto alla sua poetica del perdono e della pietà. Poi altri impegni che seguirono la tragedia de suo rapimento assieme a Dori, e “se ti tagliassero a pezzetti il vento li disperderebbe e il regni dei ragni cucirebbe la pelle”, creazione che risente di quei mesi passati sotto l’incubo della morte.

Poi le ultime creazioni da “Le novole” fino a “Creusa de ma”, al suo ritorno alla genovesità, al suo riscoprire le sue radici. De Andre, secondo Fernanda Pivano é stato il miglior poeta del Novecento. Eppure non sono stati pochi, da Ungaretti a Montale a Quasimodo, coloro che hanno portato la poesia italiana sulle cime dell’attenzione e della stima mondiale. Che sia stato un cantautore, anzi un poeta musicale, colui che può almeno porsi, per fantasia, creatività, possesso della lingua, originalità dell’intuizione, allo stesso livello dei grandi, é un enorme favore che si fa alla musica italiana. E’ in fondo la musica, filtrata dal suo canto da basso lirico ma intonato alla perfezione e capace di suscitare le più diseguali emozioni, il poeta del novecento, che deve molto a De Andrè. Gli deve la nobiltà alla quale é stata elevata.

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