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Due parole sul programma

8 Settembre 2019 87 views No CommentStampa questo articolo Stampa questo articolo

Il programma del nuovo governo contiene, in una genericità difficilmente evitabile, anche buoni e condivisibili propositi. Penso alla nuova sensibilità ambientale, all’idea di quella economia green della quale parla mezzo mondo. Ovvio il consenso al necessario blocco dell’aumento dell’Iva, bene anche il proposito di diminuire il cuneo fiscale, la differenza cioè tra salario lordo e netto e di introdurre il cosiddetto salario minimo, che i sindacati vorrebbero invece a carico di una loro autonoma vertenza. Condivisibile e apprezzabile il grande piano di edilizia pubblica annunciato, nonché i nuovi investimenti per l’università e la ricerca, un piano di infrastrutture, cito il punto 12, “al fine di realizzare un sistema moderno, connesso, integrato, più sicuro, che tenga conto degli impatti sociali e ambientali delle opere”.

Si annunciano poi, al punto 19, un alleggerimento della pressione fiscale “nel rispetto dei vincoli di equilibrio del quadro di finanza pubblica”. Come non condividere, dunque, il no all’iniqua flat tax. E c’é anche un grande piano di investimenti per il mezzogiorno al punto 20, al punto 22 nuovi interventi sui beni comuni, a partire dalla scuola pubblica, poi nuove assunzioni nella polizia e nei “vigili del fuoco” (sic), e gli interventi di sostegno al turismo al punto 27.  Bene, tutti ottimi intenti. Ma che ci sia un capitolo su come reperire le risorse necessarie… Non lo abbiamo letto e Cottarelli ha qualche ragione a sottolinearlo.

La prima obiezione riguarda dunque la realizzabilità di tale programma. Solo il blocco dell’Iva comporta un impiego di oltre 20 miliardi, parte dei quali (circa dieci) sono derivati dall’abbassamento sotto i 200 dello spread, cioè del costo degli interessi sul debito. Il resto va trovato, se vogliamo stare nei parametri europei. C’e da augurarsi che l’Europa, che pare avere in simpatia questo governo, ci permetta di andare oltre qualche confine concordato, ma se così sarà è giusto impiegare tutte le risorse sugli investimenti, come ha sottolineato oggi Mattarella al convegno degli industriali, che creano lavoro e sviluppo e non sulla spesa corrente. Vedremo la delega che sarà affidata al nostro Gentiloni. La seconda obiezione é riferita alla data, che é il 4 settembre, del programma. Esso é stato completato e pubblicato dopo l’annuncio dell’accordo e il giorno prima della composizione del governo, mentre per quasi un mese sono stati posti all’attenzione della pubblica opinione solo questioni di organigramma.

La terza obiezione riguarda i partiti che vi hanno lavorato e che portano la loro sigla al patto di governo. Si legge in premessa: “Il Presidente del Consiglio incaricato ha predisposto, sulla base degli indirizzi condivisi dal Movimento 5 Stelle, dal Partito Democratico e da Liberi e Uguali, le seguenti linee programmatiche, che andranno a costituire la politica generale del Governo della Repubblica per il prosieguo della XVIII legislatura”. Né Più Europa, né il Psi sono stati posti dietro il tavolo a recare il loro contributo. Ne prendiamo atto. Poi c’è una quarta obiezione che riguarda i nodi rimasti irrisolti e fonte di una interpretazione non omogenea e quelli sui quali penso che un socialista liberale non possa concordare,

I primi riguardano i passaggi sulle infrastrutture (come procedere sulla Tav e su Alitalia, se fare o no la Gronda di Genova, su questi argomenti non c’é una sola parola), mentre si parla di “revisioni” a proposito delle concessioni autostradali, ha ragione il ministro De Micheli, ma i grillini sono andati su tutte le furie perché ripropongono la revoca sic et simpliciter della concessione ad Atlantia. Ma riguardano anche lo spinoso tema dell’immigrazione. Ci se la sfanga solo con un ovvio riferimento alla riforma del trattato di Dublino. Un po’ pochino. Poi c’è il capitolo sulla autonomia differenziata della quale si capisce poco o nulla, ma sulla quale Salvini e il Nord aspettano il governo al varco. Profondo è invece il dissenso sul taglio dei parlamentari, che pare conditio sine qua non dei Cinque stelle per comporre un governo col Pd, e al quale il Pd si è finora opposto con tre votazioni contrarie, due alla Camera e una al Senato. Al punto 10 si scrive che tale riforma costituzionale deve avvenire “contestualmente a un percorso per incrementare le opportune garanzie costituzionali e di rappresentanza democratica, assicurando il pluralismo politico e territoriale. In particolare, occorre avviare un percorso di riforma, quanto più possibile condiviso in sede parlamentare, del sistema elettorale”. Che c’entra la riforma elettorale, che si delibera con legge ordinaria, con una riforma costituzionale di tal fatta?

Drei che su questo e sull’inaccettabile riforma della giustizia affidata semplicemente “a una drastica riduzione dei tempi”, ma non si capisce come, del metodo “di elezione dei membri del Consiglio superiore della Magistratura”, non si capisce quale e infine al solenne e tronfio proposito di “garantire l’indipendenza della magistratura dalla politica”, si evincano alcune linee di tendenza illiberali dell’amplesso di una doppia illiberalità, come ha sottolineato sull’Avanti Mauro Mellini, esistente sia nei Cinque stelle sia in settori del Pd. La stessa riproposizione dei decreti sicurezza salviniani, solo emendati dalle raccomandazioni del presidente della Repubblica, va in questa direzione. Comprendo bene che un governo coi Cinque stelle comporta una concessione, fino a che punto non saprei, sui temi populisti cari a costoro. Prendo atto che su taluno, vedi concessioni autostradali, già si è cominciato a litigare. Un po’ troppo presto, visto che il governo non ha ancora ottenuto la fiducia.

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