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A 40 anni dalla scomparsa di Nenni

2 Gennaio 2020 85 views No CommentStampa questo articolo Stampa questo articolo

Pietro Nenni ci lasciò nella notte del capodanno del 1980, poco dopo aver scritto un articolo per Mondoperaio in cui ci ammoniva a considerare gli anni ottanta come quelli di un necessario e profondo rinnovamento. Ho conosciuto Nenni da vicino una sola volta: prima di un comizio che tenne a Mantova nell’autunno del 1972 al palazzo della Ragione. Fu un’emozione fortissima stringergli la mano per un ragazzo, qual’ero, della federazione giovanile di Reggio Emilia, per di più tra i pochi nenniani autonomisti, quelli che al congresso di Genova che si tenne di lì a poco disponevano di solo il 13 per cento del partito. Avevo appena finito di leggere una bella biografia su di lui, uscita in quegli anni, di Maria Grazia D’Angelo Bigelli intitolata “Pietro Nenni dalle barricate a Palazzo Madama”, molto interessante e densa di apprezzamenti per il vecchio leader che in quell’anno compiva 81 anni. E francamente li dimostrava tutti. Aveva l’aspetto di un anziano comandante di tribù, una sorta di vecchio saggio a cui ci si aggrappava nei momenti difficili.

Quello che mi impressionò allora di Nenni, divorai poi tutti i suoi diari, era la passione politica, la politique d’abord come la chiamava. Quel dedicarsi anima e corpo a perseguire con coraggio le idee alle quali credeva. Si  definiva un animale politico. Non c’è svolta in Italia nel dopoguerra che non porti il suo nome. Anzi, già nel 1925, Nenni aveva aderito al Psi nel 1921 da posizioni repubblicane e interventiste, aveva personalmente determinato una prima svolta nel Psi attraverso la rottura con le posizioni di Serrati, disposto a liquidare il Psi per unificarsi cogli scissionisti del Pdci, al quale poi lo stesso Serrati aderirà coi suoi internazionalisti. Nenni scrisse sull’Avanti un chiaro no “alla liquidazione sottocosto” del partito e aprì le porte all’unificazione col partito riformista di Turati, Treves e Prampolini col quale si unì, rompendo con il gruppo massimalista di Angelica Balabanoff che gli sottrasse l’Avanti, a Parigi nel 1930.

Poi fu Nenni a caldeggiare in senso anti fascista l’unità a sinistra dopo la grande manifestazione congiunta di socialisti e comunisti nella capitale francese nel 1934, che produsse il primo fronte popolare. E ancora, Nenni partì volontario per la guerra di Spagna a sostegno del governo repubblicano, poi condannò i processi di Mosca del 1938 e il patto Ribbentrop Molotov dell’anno dopo. Convinto della necessità dell’unità d’azione con i comunisti venne poi messo da parte dal nuovo vertice del Psi che con Tasca, Morgari e Saragat intendeva rompere decisamente i rapporti col partito fratello. Riprese la guida del Psi solo a seguito dell’operazione Barbarossa, quando anche i sovietici furono costretti a entrare in guerra contro la Germania nazista.

Nenni venne arrestato dalla Gestapo e mentre era sul punto d’essere trasferito in Germania fu salvato, pare per un intervento dello stesso Mussolini, suo amico di gioventù, e venne trasportato proprio nell’isola di Ponza dove aveva alloggiato poco prima lo stesso Mussolini che fece in tempo a intravvedere. Molto intense le parole di Nenni nei suoi diari che ritraggono, da grande pittore di parole qual’egli era, il paradossale incontro in lontananza tra i due. Nenni riprese poi i contatti coi socialisti rimasti in Italia e che avevano già nel 1942 rifondato il Psi (Romita, Vernocchi e altri), poi con il gruppo interno di Rodolfo Morandi che agiva a Milano e con Lelio Basso che aveva fondato il Mup (Movimento per l’unità proletaria), col quale il Psi si unificò divenendo Psiup. Con questo nome il partito si presentò all’indomani della Liberazione e grazie anche alle iniziative di Nenni sulla Repubblica e la Costituente il Psiup nel 1946 ottenne più voti del Pci: il 20,6 contro il 18,9. Dopo l’esclusione dei comunisti dal governo e l’inizio della guerra fredda Nenni si convinse, ma poi più volte ammise l’errore, della necessità di collocarsi dalla parte del comunismo internazionale. Se ne distaccò decisamente nel 1956 dopo il XX congresso del Pcus che denunciava i crimini di Stalin e ancor più a seguito della tragica invasione sovietica all’Ungheria. Lo fece alla Nenni. Con coraggio e passione e dedizione, senza curarsi delle divisioni interne. E gettandosi a capofitto nella duplice direzione dell’unificazione con Saragat e del centro-sinistra, che già aveva in qualche modo prenotato col congresso di Torino del 1955 dedicato al dialogo coi cattolici.

Oggi tutti, a sinistra, ammettono che nel 1956 Nenni aveva ragione e Togliatti torto. Come sempre accade alle svolte di Nenni, prima il centro-sinistra e poi l’unificazione socialista, la ragione gli venne accordata con venti, trenta anni di ritardo. Questo avvenne per la verità anche nel Psi, all’interno del quale le posizioni di Nenni e di Craxi furono minoritarie dal 1969 al 1981: anche Bettino fino al congresso di Palermo non disponeva della maggioranza del partito. L’azione politica autonoma e di governo di Nenni si scontrò col muro di tante polemiche, scomuniche, e laceranti divisioni, nonché processi alle intenzioni, primo dei quali quello che venne consumato al congresso di Venezia del 1957 a causa dell’incontro con Saragat avvenuto a Pralognan, mentre la sinistra del Psi allora filocomunista decise di lascare il partito nel gennaio del 1964 e votò contro la fiducia al primo governo Moro. Costruendo un partito coi soldi sovietici.

Dopo la fine dell’unificazione socialista avvenuta nel luglio del 1969 a seguito della formazione della nuova maggioranza tra De Martino, Mancini e Giolitti, che escludeva gli ex socialdemocratici, e nonostante l’appello disperato di Nenni, il vecchio leader decise di ritirarsi nella sua casa di Formia. Non seppe però resistere alle tante sollecitazioni dei compagni e la sua passione politica lo spinse a tornare nella mischia. Al congresso di Genova del 1972 capeggiò la corrente autonomista anche se non prese direttamente parte alla disputa congressuale. Accettò la presidenza del partito, si lanciò a capofitto nella battaglia referendaria sul divorzio del maggio 1974 e per la ripresa del centro-sinistra, dopo l’esperienza del governo Andreotti coi liberali, che finì poco prima.

Fu poi al fianco di Craxi e fino all’ultimo partecipò attivamente alla vita del partito. Nel 1979, dopo le elezioni politiche, presiedette l’aula di palazzo Madama mentre dopo quelle del 1976 volle intervenire al Senato con un linguaggio fresco e ironico battezzando Andreotti come uomo di potere e no di stato e come una volpe che finirà in pellicceria. Pochi anni orsono é stato pubblicato l’ultimo diario di Nenni che attraversa per intero gli anni settanta. La sua grande capacità di giornalista qui emerge in tutta la sua brillantezza. Nenni aveva mantenuto da ottuagenario quell’indole innata a sintetizzare in slogan efficaci i suoi concetti politici. Fino alla fine. Fino a quell’esplicito invito a rinnovarsi che lanciò poco prima di morire. In quel capodanno del 1980. E si ritrovarono in tanti, ci ritrovammo in tanti in piazza della pace a Roma per l’ultimo saluto gridando Nenni, Nenni, come fecero i suoi seguaci per quasi tutto il novecento. Son trascorsi 40 anni oggi. Chissà cosa sarebbe accaduto se Nenni ne avesse vissuti altri quindici…

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