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La Russia non é l’Urss anche se…

5 Dicembre 2025 236 views No CommentStampa questo articolo Stampa questo articolo

C’é, questa sì, una parte di sinistra che non ha ancora abbandonato l’ideologia del comunismo. La trovò in Lenin, poi in Stalin, in seguito sconfessato, poi si spostò su altri emisferi, e la trovò in Mao, Ho Chi Min e in Castro e Che Guevara. In comune costoro avevano (Stalin fu un criminale) la natura antidemocratica e totalitaria, l’odio per l’Occidente, ma costituirono, solo in Italia, per molti anni i punti di riferimento di una parte maggioritaria di sinistra. Addirittura forse il più assurdo criminale della storia, Pol Pot, venne omaggiato da lodi e riconoscimenti preventivi. L’Urss si é dissolta due anni dopo la fine del comunismo, nel 1991, e da allora é apparsa in transizione verso un modello occidentale e liberaldemocratico. Sono convinto che questo volesse Gorbaciov, che questo volesse anche Eltsin. Poi é arrivato Putin, con un passato nel Kgb, e l’impulso di ridare orgoglio ai russi, anche nella contestazione di quello che avevano combinato i suoi due predecessori, si é manifestato attraverso la riscoperta di un aggressivo nazionalismo che é subito riemerso. Il nuovo presidente, eletto nel 1999, dopo le improvvise dimissioni di Eltsin, ha iniziato la seconda guerra in Cecenia (la prima era stata persa da Eltsin e la Cecenia era divenuta uno stato indipendente) e la guerra si é protratta per dieci anni ed é terminata nel 2009 seminando, tra aggressione russa e risposte terroristiche cecene, miste a inserimenti dell’estremismo islamico, quasi 50mila morti. Quando ancora non era terminato il conflitto russo-ceceno, ultimato l’anno dopo con l’instaurazione di un regime filo russo guidato dal truculento e sanguinario Kadyrov, inizia, nell’estate del 2008, la guerra in Georgia, per il controllo delle due repubbliche, resesi indipendenti, dell’Ossezia e dell’Abkasia. La fine del conflitto portò a un riconoscimento finto dell’indipendenza delle repubbliche, in realtà controllate da insediamenti militari russi che occupano tuttora il 20% del territorio georgiano. Basta? Macché. Inizia intanto la caccia ai suoi oppositori. Nel 2003 era morto per una strana malattia il giornalista dissidente Yuri Shchekochikhin, la giornalista Anna Politovskaja é assassinata davanti a casa sua a Mosca il 7 ottobre del 2006, sempre nello stesso anno viene avvelenato col polonio a Londra l’esule russo Alexander Litvinenko. Due anni dopo, sempre per avvelenamento, viene ucciso esponente del dissenso russo, Pyotr Verzilov, nel 2015 verrà assassinato Boris Nemtsov, già vice premier ai tempi di Elstin, nello stesso anno sarà avvelenato l’oppositore Kara Murza, che si salva e viene poi condannato a 25 anni di carcere, nel 2018 sarà avvelenato a Londra l’ex agente russo Sergei Skripal, poi sopravvissuto. Non si contano nel frattempo i suicidi, soprattutto di qualche oligarca e delle loro famiglie. In questo clima Putin decide di occupare militarmente la Crimea, territorio ucraino, nel 2014 a seguito della rivoluzione di Euromaidan dello stesso anno che costrinse alle dimissioni e alla fuga il primo ministro Janukovic, quello stesso che chiuse il periodo della rivoluzione arancione della Timoshenko, tanto esaltata e perfino imitata nei suoi colori dalla sinistra italiana. La Timoshenko fu poi arrestata e condannata a sette anni di carcere dei quali tre scontati fino alla rivoluzione del 2014. In Crimea dopo l’occupaziome é avvenuta l’annessione alla Russia tramite un referendum con oltre il 95% di sì, non riconosciuto dalla comunità internazionale. A seguito dell’occupazione illegale della Crimea, in palese contrasto con gli accordi di Budapest, secondo i quali la Russia si impegnava a non invadere nessun territorio ucraino, neppure il Donbass, che fu oggetto di una lunga e sanguinosa guerra civile, Usa ed Europa approvano un primo pacchetto di sanzioni contro la Russia. Il 24 febbraio del 2022 l’invasione di centomila soldati russi che puntano direttamente su Kiev, per defenestrare il presidente Zelensky, eletto con oltre il 70 per cento dei voti presidente dell’Ucraina il 21 aprile del 2019. A nulla sono serviti i tentavivi di mediazione e rassicurazione dei vertici europei, dell’Onu, degli Usa, Putin aveva deciso che l’Ucraina non doveva esistere, che l’Ucraina era territorio russo. Putin dichiara che la più grande tragedia del novecento é stata la fine dell’Urss e si pone a metà strada tra la riscoperta dell’impero russo degli zar e una lucidata al trucido bolscevismo staliniano. Vuole la Russia d’un tempo non importa se dello zar Alessandro o di Lenin. Esalta il nazionalismo e lo incarna fedelmente. Bolscevichi e Pietro il grande sono così paradossalmente uniti nella sua lotta. Sposa le più intransigenti teorie anti occidentali di Aleksandr Dugin, ideologo del regime putiniano e fondatore del Partito Nazionalbolscevico, e quelle della Chiesa ortodossa russa, che odia i gay e ama le conquiste belliche, guidata da Kirill, il capo religioso di tutte le Russie che ha benedetto l’aggressione all’Ucraina. Quel che é avvenuto, dopo é sotto i nostri occhi. Oltre 600mila morti, intere città distrutte, scuole ospedali ridotti in macerie, mentre l’oppositore Navalny muore di “polmonite” in Siberia dove era incarcerato e Prighozin, capo della Wagner, quello che marciava su Mosca con obiettivi poco chiari, muore in un singolare incidente aereo. Dall’inizio del conflitto in Ucraina sono state 39 le morti misteriose di personaggi che avevano a che fare con il presidente russo. No, la Russia di Putin, non é l’Urss. Ne possiede però i caratteri peggiori: la logica di potenza che schiaccia le nazioni confinanti, l’arroganza e l’arbitrio nei confronti di chi dissente, la poderosa macchina bellica più o meno sempre in azione. Dal 1999 ad oggi le varie guerre ingaggiate da Putin coprono circa i due terzi del suo mandato che tra l’altro durerà quasi all’infinito come prescritto dal mutamento della Costituzione. Per questo la pace é complicata e la resa molto pericolosa.

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