Predica di Natale 2025
Come ogni anno La Giustizia, il suo giornale fondato nel 1886, dedica il Natale alla famosa predica di Camillo Prampolini pubblicata in occasione della ricorrenza del 1897. Quest’anno con una necessaria polemica. La Predica di Natale è stata di fatto rilanciata dal Comitato Prampolini fondato dal sottoscritto e dagli onorevoli Giuseppe Amadei e Antonio Bernardi. Era generalmente affidato a me il commento effettuato dinnanzi al busto di Prampolini ubicato sotto il porticato del Municipio di Reggio. Oggi il Psi, Italia viva e Più Europa mi sostituiscono non invitandomi nemmeno in tale commemorazione. Di più. Ieri a Massenzatico, frazione del comune di Reggio e residenza estiva della famiglia Prampolini, si é tenuta, in pompa magna, al teatrino locale, una conferenza di Pierluigi Bersani sempre dedicata alla Predica. E Bersani (Pd-Articolo 1 e poi Pd) ha ovviamente esaltato le parole di Prampolini e in particolare il suo messaggio pacifista, che non c’è per la verità, essendo tutta la Predica dedita a sottolineare il nesso tra il messaggio cristiano e quello socialista e alla contrapposizione con la Chiesa del suo tempo e il suo formalismo esclusivo, fatto di messe, di cresime, comunioni, confessioni, processioni e non di solidarietà, amore per il prossimo, uguaglianza tra gli esseri umani. Io non mi lamento mai del fatto che siano gli altri ad appropriarsi di un nostro patrimonio. Mi lamento se non ci riconoscono il merito di averlo custodito e anche protetto dalle loro incursioni. C’era un tempo in cui la parola riformista era un’offesa di poco inferiore a quella di traditore. C’era un tempo in cui di Prampolini si esaltava solo la prima parte della sua vita, quella del ventenne ribelle ai tempi de Lo Scamiciato, il giornale da lui fondato nel 1882, quella del parlamentare che rovesciò le urne alla Camera mentre imperversavano governi liberticidi come quello di Pelloux e che, per questo, dovette subire l’onta della galera, quella del neutralismo in occasione della prima guerra, e anche quella dell’inventore, coi suoi collaboratori, in primis Antonio Vergnanini, Arturo Bellelli, Luigi Roversi, del cosiddetto modello reggiano, costituito dalla presenza di un forte movimento cooperativo, sindacale e associativo e della municipalizzazione dei servizi. Della seconda parte della sua vita era meglio soprassedere: quella della contrapposizione al mito della rivoluzione bolscevica, quella della richiesta della sua espulsione e di quella di tutti i riformisti dal Psi reclamata da Mosca e richiesta, al congresso di Livorno del 1921, dalla componente comunista che fonderà il Pcdi, quella della sua definitiva espulsione dal Psi, unitamente a Turati, Treves, Modigliani, D’Aragona e Matteotti, a pochi giorni dalla marcia su Roma per il grave reato di avere manifestato la loro disponibilità a partecipare a un governo che avesse sbarrato la strada al fascismo. Di tutto questo era meglio tacere. Togliatti nel 1946 a Reggio definì Prampolini un maestro, come Massarenti, Baldini e gli altri socialisti umanitari e padani, costruttori di modelli di società dal basso. Nel 1921 volevano espellerli e vent’anni dopo, pur di ereditarne patrimonio ideale e materiale, gli stessi erano stati elevati al rango di maestri. Almeno Lelio Basso confessò, al convegno su Prampolini e il riformismo che si svolse a Reggio nel 1978, che i riformisti non li aveva studiati perché non gli interessavano, lui grande ammiratore di Rosa Luxemburg. La doppiezza é peggio dell’intransigenza. E il riconoscimento postumo delle ragioni diviene ipocrisia se coloro che si sono battuti contro quelli che poi hanno loro reso merito più tardi vengono esclusi e messi a tacere. Un proverbio cinese recita così: quando bevi l’acqua ricordati di chi ha scavato il pozzo. La nuova tendenza é invece di bere acqua e di scaraventare nel pozzo chi lo ha scavato.







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