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Primo maggio: col garofano all’occhiello

30 Aprile 2026 121 views No CommentStampa questo articolo Stampa questo articolo

Se il 25 aprile é una festa antifascista, il 1 maggio é una festa socialista. Furono infatti i socialisti in Italia a proclamare ed ottenere questa festività nel 1890, dopo che nell’anno precedente l’avevano celebrata clandestinamente. Il loro inno l’aveva scritto Filippo Turati, la musica era di Amintore Galli, nel 1886. Era una festa non ancora conquistata e autorizzata. Ed era stata promossa per raggiungere l’obiettivo delle otto ore di lavoro che negli Stati uniti, limitatamente allo stato dell’Illinois, era stato raggiunto già il 1 maggio 1867. Venti anni dopo, il 1 maggio del 1887, i lavoratori americani degli altri stati scesero in sciopero per rivendicare gli stessi diritti di quelli dell’Illinois, ma a Chicago la polizia sparò lasciando sul selciato diverse vittime. Il giorno prima durante un’agitazione in un’azienda erano stati uccisi due operai. Quattro giorni dopo altro sangue negli scontri tra polizia e anarchici. Feroce reazione delle autorità. Vennero accusati senza alcuna colpa otto anarchici e quattro di loro furono impiccati nella pubblica piazza. Per ricordarli la seconda internazionale, a Parigi, nel 1889, dopo la fine della prima e la divisione tra socialisti e anarchici, proclamò il 1 maggio la festa internazionale del lavoro. In Italia la festa iniziò a essere celebrata nel 1890 come pressione per le otto ore lavorative, ma anche contro lo sfruttamento dei bambini e delle donne nel lavoro manuale, che venne abolito grazie alla legge Carcano, ispirata da Anna Kuliscioff, nel 1905. Il primo maggio venne abolito dal regime fascista nel 1923 e sostituito dal 21 aprile, natale di Roma, ma riprese ad essere celebrato nel 1946 dopo la Liberazione. L’Italia festeggia il primo maggio con un provvedimento del governo Meloni sul salario giusto. Il decreto stanzia quasi un miliardo di euro per il rinnovo di alcuni importanti ed efficaci incentivi occupazionali, in particolare quelli legati all’assunzione dei giovani under 35, all’assunzione delle donne e all’assunzione dei lavoratori nell’area Zes. Ma con una novità che consideriamo molto importante: a quegli incentivi si può accedere solo ed esclusivamente se si riconosce e si applica ai propri lavoratori quello che definiamo il ‘salario giusto’“, ha spiegato la presidente del Consiglio. Per salario giusto, Meloni precisa che si intende il trattamento economico complessivo percepito dal lavoratore, che chiaramente non è composto solamente dal salario orario, ma da tutti gli elementi economici che concorrono a formare il contratto in favore del lavoratore”. Capire la differenza tra salario minimo, rifiutato dal governo, e salario giusto rivendicato dalla Meloni, é piuttosto difficile. Diciamo che il salario minimo é oggettivo. Si fissa il quantum per legge e nessuno può andare sotto. Il salario definito giusto risulta piuttosto soggettivo e deve essere inquadrato “in tutti gli elementi economici che concorrono a formare il contratto in favore del lavoratore”, citiamo le parole del presidente del Consiglio. Quali siano é da definire e lo sapremo probabilmente solo domani. Intanto la Cisl e la Uil hanno dato il loro benestare al decreto mentre la Cgil si é opposta. Resta l’urgenza di misure più stringenti sulla sicurezza del lavoro perché ancora troppe sono gli incidenti mortali, resta urgente una manovra sui carburanti e sulle bollette (troppo poco il taglio minimo delle accise), nonché misure sul lavoro giovanile e femminile, perché il buon andamento del mercato del lavoro indica un aumento delle fasce avanzate e non dei giovani e delle donne. Anzi l’occupazione femminile é ancora a livelli di guardia, tra le più basse in percentuale dei paesi europei. Naturalmente si parlerà pace e di democrazia nei vari cortei e nei comizi del primo maggio. Di pace in Palestina, in Libano, in Iran e speriamo anche in Ucraina, dove un popolo é costretto a resistere agli invasori russi da quattro anni. Perché sappiamo che i socialisti, portando il garofano all’occhiello il primo maggio, parlavano delle otto ore di lavoro, di equità sociale ma anche di libertà e di indipendenza dei popoli, reduci com’erano, nel 1890, dalle guerre risorgimentali e figli dei grandi miti dell’indipendenza italiana.

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