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I tre errori di Bettino

7 Luglio 2025 400 views No CommentStampa questo articolo Stampa questo articolo

Si é passati dalla denigrazione assoluta di Craxi, anche ad opera dei socialisti, molti dei quali oggi lo onorano e lo rimpiangono, alla teoria della sua infallibilità. Si pensa che Bettino non abbia sbagliato mai e sia solo stato vittima di un golpe giudiziario che se l’é portato via, lui e il Psi. E di più, che la colpa di non avere rimesso insieme il Psi sia dei vari capitani coraggiosi, anzi temerari, che hanno guidato i micro partiti socialisti dopo la fine del Psi. Tentativo, quest’ultimo, vano perché non poteva rinascere un partito identitario in un sistema non identitario. Provo a rimettere le cose al loro posto partendo da una premessa. Fin dai tempi della Fgsi ho militato nella corrente autonomista della quale Craxi era il leader e Pietro Nenni il nume ispiratore. Al congresso di Genova del 1972, il primo al quale partecipai, gli autonomisti potevano contare su meno del 15%. Tra loro Zagari, Lagorio, Fortuna, Corona, Tognoli, e i più giovani Martelli e Finetti. Gli altri erano demartiniani, manciniani e lombardiani. Ero presente al Midas quando Craxi venne chiamato alla segreteria (la nomina spettava alla Direzione), lo difesi quando nei teatri emiliani i socialisti lo contestavano perché il Psi non aveva raccolto le firme per accusare Rumor dell’affare Lokheed. Venni poi eletto nel Cc al congresso di Torino, e già da mesi Craxi mi aveva comunicato che intendeva cambiare il simbolo e introdurre il garofano. Avevo un rapporto telefonico costante con lui. La faccio breve. Sono stato, da segretario del Psi di Reggio Emilia, da dirigente nazionale, da amministratore locale in perfetta sintonia con Craxi e con il suo tentativo di rinnovare e rilanciare il Psi che trovò nel successo elettorale del 1987 (il 14,3%, miglior risultato dal 1946) la sua consacrazione e questo soprattutto per l’eccelsa capacità sua di guidare il paese. La mia attività parlamentare iniziò proprio in quell’anno. E anche il suo primo errore, che fu suo e di noi tutti, e cioè la legge conseguente il vittorioso referendum sulla responsabilità civile dei magistrati. Aveva ragione il senatore Agostino Viviani (nonno di Elly Schlein) che la concepì nel 1979 in altra forma e a causa della quale, su spinta della magistratura, il Psi negò la ricandidatura al Senato. Si doveva fare una legge diversa perché gli errori fossero pagati non dallo Stato ma da chi li aveva compiuti. Se dai un colpo dallo in modo che faccia male. Altrimenti ne riceverai uno ben più forte. Come sarà. Secondo errore. Mentre stavano cadendo i muri e i sistemi comunisti approvammo, nel novembre del 1989, una legge di amnistia sul finanziamento pubblico dei partiti. Cioè cancellammo il reato di finanziamento in rubli dall’Urss al Pci. Un regalo che il Pci contraccambiò con l’astensione, neanche col voto favorevole. Della serie: se proprio volete farmi un favore fatelo senza il mio consenso. Un clamoroso autogol nostro destinato a segnare l’orientamento dell’operazione Mani pulite sette anni dopo. Terzo errore. Quando il comunismo finì e finì anche il Pci dovevamo accelerare e invece si rinviò a una fantomatica “prospettiva d’avvenire”. O il Pci accettava l’unità socialista o gli si tagliava la strada con le elezioni anticipate. Misteriose le ragioni per le quali dopo la guerra del Kuwait non si sia mandato a casa Andreotti, d’accordo con Cossiga. Se era meglio tirare le cuoia che tirare a campare perché si é tirato a campare? Craxi si illudeva di tornare alla presidenza del Consiglio magari con l’appoggio dei comunisti e lasciò loro tutto il tempo per rifondarsi e rilanciarsi. Poi il crollo, veloce, irreparabile in un armonico e forse concertato intrecciarsi di Tangentopoli, referendum sul maggioritario, scomposizione elettorale già iniziata al Nord con la Lega. E non crollò solo il Psi ma l’insieme del sistema politico tranne il neo nato Pds (le affermazioni del sen. Pellegrino sono illuminanti sulla protezione che il Pool aveva garantito a questo partito attraverso la mediazione di Violante), ma anche il Msi. D’altronde un colpo di stato colpisce il governo, mai l’opposizione. Anzi l’opposizione approfitta del colpo di stato, lo sorregge e se ne appropria. Di tutto questo nessun avvertimento? Tutti colti alla sprovvista? Nessuno, da Craxi ad Andreotti a Forlani, che abbia intuito che s’era sull’orlo del precipizio? Forse lo intuì Martelli. Certo lo intuì Cossiga che si tolse di mezzo pochi mesi prima dell’esplosione. Perché al contrario di molti colpi di stato quello del 1992 fu un colpo di stato anche popolare. Certo giocarono un ruolo al suo gradimento i mezzi d’informazione, i giornali che concordavano le prime pagine e i titoli tutti uguali, le televisioni pubbliche e anche quelle di Berlusconi che esaltavano Di Pietro e il Pool. I giudici erano angeli vendicatori e i politici corrotti e malfattori. Ma alle elezioni del mese di aprile aveva votato oltre l’87% degli italiani e il pentapartito aveva ancora la maggioranza. Possibile che da aprile a dicembre fosse cambiato tutto? E così fu. Alle elezioni del 1994, con la nuova legge elettorale frutto del referendum e approvata in simil copia dal Parlamento, non c’erano più non solo il Pci, ma neanche la Dc, si presentò il Partito popolare, sparirono il Psdi, il Pri e il Pli, mentre un Psi collocato tra i progressisti raggranellò un misero 2,2%. Finita la cosiddetta prima repubblica? Macché. Finito il vecchio sistema politico. E con la vecchia classe dirigente, tranne Craxi per la verità che mostrò la sua solita grinta col suo famoso discorso alla Camera e nella coraggiosa deposizione al processo Cusani, con le mani alzate. E la testa piegata. Il nuovo poteva avanzare. Con quale risultato oggi é chiaro a tutti.

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