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Tanjin, Trump tra dazi e strazi

4 Settembre 2025 169 views No CommentStampa questo articolo Stampa questo articolo

C’è solo l’economia ed è morta la politica? Bell’interrogativo dopo le mosse di Trump e le contromosse di Tianjin. Nel vecchio bipolarismo Usa-Urss erano prevalenti altre questioni attinenti la contrapposizione tra libertà e comunismo. Ma le sfere d’influenza decise a Yalta consentivano un equilibrio basato sul rispetto delle reciproche aree pertinenti e per questo gli Usa non intervenivano in Ungheria e in Cecoslovacchia nonostante le invasioni sovietiche e l’Urss non interveniva in Cile o in Bolivia nonostante i colpi di stato sotto l’ombrello americano. Lo smantellamento dei sistemi comunisti e ancor più dell’Urss in tante repubbliche ha aperto un nuovo scenario. Che si è esattamente capovolto in questi ultimi anni. La Russia di Putin vuole ricostruire il suo impero o unione e giudica la fine dell’Urss “la più grande sciagura del novecento”, l’America di Trump ha aperto un vero e proprio conflitto con i suoi tradizionali alleati ai quali impone pesanti dazi economici e intende perseguire accordi con la Russia, a partire dalle concessioni sulla questione ucraina, per poi tentare di staccarla dall’influenza cinese. Ma se l’accordo di Trump riguarda la cessione dell’intero territorio del Donbass ucraino alla Russia in cambio di accordi economici tra Usa e Urss, questo è proprio quello che Putin pretende, almeno per ora. E cioè l’annessione della parte di Ucraina più economicamente vantaggiosa perché contenente gas, petrolio, metalli preziosi. In fondo Trump e Putin non perseguono fini inconciliabili perchè si alimentano degli stessi interessi o presunti tali. C’è da ritenere che se Trump pensasse davvero di annettersi la Groenlandia Putin non avrebbe obiezioni come non le ha per una conquista americana di Gaza ai fini di trasformarla in un improbabile grande Resort. Quello che Trump, che fa i conti a matita degli interessi americani e di quelli suoi (per la verità di molto rimpolpati da quando siede alla Casa bianca), non comprende sono le conseguenze di quei calcoli. Non solo i dazi si ripercuotono sulle imprese americane che sono in larga parte di servizio e non di produzione e che devono attingere i materiali (con dazi) dall’estero, ma a seconda delle loro percentuali determinano alleanze o dissociazioni politiche. Clamoroso il caso dell’India di Modi che da filo americana si è trovata a Tanjin “mano nella mano” con Putin. I dazi al 50% creano improvvisi disamori e nuove avventure. Si sta formando, così, un’autentica alleanza economica tra paesi politicamente disomogenei (ecco che l’economia annulla la politica): a partito unico, con sistemi autoritari, democrazie parlamentari, teocrazia (ma sì, c’é anche l’Iran). Ancora l’interscambio tra loro (i dati pubblicati da Rampini sul Corriere parlano di 700/900 miliardi, mentre la sola Cina commercia con l’Europa per un volume di 700 miliardi e con gli Usa per 582) è inferiore a quello della somma di ognuno di loro con Usa ed Europa, ma il loro prodotto interno lordo ammonta al 23%, meno di quello della sola America, e purtuttavia si sta rafforzando anche perché la popolazione interessata è di molto superiore a quella dell’intero occidente e rappresenta il 60% di quella dell’intero globo. Quali i nuovi equilibri che si determineranno? Una cosa risulta evidente. Non saranno né quelli del conflitto politico bipolare (l’alleanza, lo ripeto. é assai disomogenea politicamente) né quelli della supremazia americana che è scaturita dal fallimento e dalla scomparsa del polo comunista. Saranno di molto influenzati da questa nuova aggregazione che già aveva dato molteplici segnali di vita e di sviluppo coi cosiddetti Brics. Certo fa un po’ pena questo continuo agitarsi di Erdogan tra Nato, Europa, scontro e alleanza con Putin per la spartizione di supremazie in stati africani, partecipazione al polo di Tianjin, un piede con l’Ucraina e uno con Putin, e due piedi contro Israele. Quante parti in commedia per lo czar di Istambul. Resta sullo sfondo un pericolo. I conflitti politici sono mediabili quelli economici meno. Occorre molta pazienza e anche una buona dose di coraggio (l’Europa non ha né l’una né l’altro e si trova a far da spettatrice di una svolta epocale senza capire che la mancata unione equivale a un suicidio). Occorre rendersi conto che l’intero occidente deve unirsi, e non sfidarsi, non solo economicamente ma anche nella difesa della propria storia politica. Che é storia di conquiste liberali e sociali spesso al prezzo di sacrifici immani. Occorre capire che tutte le trasformazioni economiche diventano trasformazioni politiche. Il piano Marshall, che aiutò i paesi alleati nel dopoguerra a risollevarsi dalla miseria, contribuì alla vittoria elettorale dei partiti filo americani. E alla loro supremazia in Europa. Trump compie il viaggio all’incontrario ma deve capire che all’incontrario viaggeranno le conseguenze. Come Farinata degli Uberti “in gran dispitto” avea l’Inferno, cosī Trump tiene i suoi tradizionali alleati. E lavora contro se stesso vaticinando la sua “America first”. L’Europa non é più un numero di telefono che non c’é, come rilevava Kissinger, ma lo spettacolo dei sette capi di stato seduti in attesa di essere ricevuti da Trump é peggio di quello dei capponi di Renzo. E le recenti litigate tra Salvini e Macron peggio di quelle tra i capponi in padella.

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