Dice e disdice, fa e disfa…
Forse è proprio matto, come sostiene apertamente Corrado Augias parlando di Donald Trump. E non lo scrive solo lui. Analisti politici e giornalisti hanno cominciato a interrogarsi sulla sua effettiva capacità di rivestire quel ruolo, al punto che sui giornali è nato un dibattito vivace e serio sulla presunta, o meno, sanità mentale del presidente. Non capita spesso di vedere sulle pagine del “New York Times” e del “New Yorker” la definizione di “narcisista” o “pazzo” accostata a un presidente in carica. Gavin Newson, governatore della California, lo paragona a “un tirranosauro” e invita l’Europa a non piegarsi. Perché così facendo da lui non otterrà nulla. Nel libro scritto da Allen Frances, lo psichiatra estensore della voce “narcisismo” del DSMIV, la bibbia della psichiatria mondiale, si scrive: “Trump non rientra nello spettro clinico del narcisista. Forse però invece di interrogarsi sullo stato mentale di Trump é il caso di analizzare il fenomeno che ne ha portato all’ascesa”, perchè milioni e milioni di americani hanno creduto alle sue balle, perché il populismo americano ha avuto la meglio sul politicaly correct, perché ha sopportato l’invasione dei suoi cavernicoli a Beverly Ills, perché ha chiuso gli occhi a fronte dei processi e delle foto con le minorenni nell’isola di Epstein. Ma questo é il meno. Perché ha accettato questa commistione tra affari pubblici e privati interpretata dagli immobiliaristi suoi amici e parenti. E, ancora di più (ma pare che adesso i democratici siano in netta ripresa), perché ha accettato questo modo di attaccare e offendere perfino gli alleati irridendoli e graffiandoli di accuse e di risentimenti. Perchè l’opinione pubblica è rimasta in silenzio quando ha applaudito Putin, quando ha offeso Zelensky, quando ha proposto la cartina del resort di Gaza dove ai palestinesi sarebbe stata riservata la parte che ai neri d’America era affidata nei film degli anni trenta? Poi tutto si capovolge, Zelensky ritorna amico e Putin nemico a giorni alterni, i dazi ulteriori, minacciati agli europei perché non vogliono concedergli la Groenlandia in nome del suo imperativo “mi serve”, rientrano il giorno dopo, e Trumo fa la pace, per ora, con i paesi europei, con la Nato e con i groenlandesi la cui opinione viene considerata da tutti pari a zero. Ma mettiamoci anche la cosiddetta eterogenesi dei fini, come la chiama un famoso filosofo tedesco. Cioè che gli scopi che si determinano dalle azioni siano diversi da quelli voluti. Pensiamo all’azione contro il Venezuela da condannare per rispetto del principio di inviolabilità delle nazioni ma che ha portato benefici liberali al paese invaso e la scarcerazione dei prigionieri politici compresi gli italiani. O l’azione in Medio-Oriente cominciata con quel barbaro disegno di lui e Netanyahu sdraiati al sole con un bicchiere di champagne in mano mentre decine di migliaia di palestinesi morivano sotto le bombe e finita con la (limitata) sospensione delle violenze. Ci sono cose nella storia che non ti aspetti e compaiono i se che la storia non può digerire. Se Hitler non avesse invaso la Russia e il Giappone non avesse attaccato l’America a Pearl Harbor forse parleremmo davvero tedesco, come paventa Trump ricordando il contributo essenziale degli Usa. Cosa volete che sia il premio, dovuto, della Groenlandia? Un’isola ghiacciata e abitata da meno della metà di quelli di Como. Merita di più. Molto di più.







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