Separiamole le carriere
Dopo la riuscita iniziativa di Reggio Emilia il movimento deve organizzarsi, a partire dalla campagna di adesioni che ancora, in diverse regioni, langue. E gettarsi a capofitto nella campagna referendaria difendendo le ragioni del sì alla legge per la separazione delle carriere dei magistrati che solo in Italia sono unite. Personalmente vedo tanti motivi favorevoli al sì e non é ho trovato uno, di merito, per giustificare il no. Prendiamo le tre principali novità contenute nella legge soffermandoci oggi solo sulla prima. Come si fa a essere contrari alla separazione delle carriere dei giudici e dei piemme che ovviamente comporta la separazione del Csm, perché se giudici e piemme sono entità diverse non é che possono nominare, scegliere, promuovere gli uni per gli altri. Il no mantiene invece intatta l’unità di magistrati giudicanti e inquirenti. Che poi la riforma del processo in senso accusatorio rende ancora meno comprensibile. L’accusa, la difesa messe sullo stesso piano dovrebbero rivolgersi al giudice nella sua dimensione di terzietà, con l’accusa unita al giudice nello stesso Csm. E anche in fondo a lei stessa dipendente per quanto riguarda la carriera, visto che nell’attuale Csm i piemme sono maggioranza. Ma insomma. Sarebbe come se l’arbitro in una partita di calcio fosse connivente con una delle due squadre. Ciascuno potrebbe dubitare della sua obiettività. Per questo nel momento di varare la sua riforma, che sarà adottata nel 1989, il ministro Giuliano Vassalli si augurava che la separazione delle carriere diventasse realtà con queste parole: “Senza separazione delle carriere il mio codice di procedura penale non funzionerà”. Anche il Pd la sosteneva. Non cito i documenti della Bicamerale presieduta da D’Alema nel 1994, ma atti più recenti come la mozione Martina, sottoscritta da molti parlamentari del Pd nel 2019, in cui si riteneva “ineludibile il tema della separazione delle carriere dei magistrati per garantire la terzietà dei giudici”. D’altronde su questa posizione si sono sempre schierati i radicali che hanno proposto anche un referendum sulla materia e i socialisti fin dai tempi del senatore Agostino Viviani, nonno di Elly Schlein, che nel lontano 1996, in un confronto trasmesso su Radio radicale, affermò: “Nonostante la forza notevolissima della corporazione dei magistrati, io credo che si arriverà alla separazione (delle carriere, ndr) perché gli abusi che stanno facendo alcuni pubblici ministeri che ormai si considerano intoccabili, sono tali, dunque, che non è possibile concepire che poi quel magistrato vada a fare il giudice”. Viviani sarà poi membro del Csm mantenendosi su posizioni liberali e garantiste. Ma questa separazione esiste già, si sostiene. Non é vero. La legge Cartabia prevede solo che giudici e piemme si possono scambiare ruolo una volta sola e non nella stessa giurisdizione. Dunque si sfiora la separazione delle funzioni, non delle carriere. Il Csm resta lo stesso con giudici e piemme che devono decidere nomine e promozioni e incarichi concertandoli mentre restano identici i percorsi di formazione. La separazione delle funzioni é come curare con l’aspirina una polmonite bisognosa di antibiotici. E’ sbagliata la medicina. E in Europa, che a parole tutti vorrebbero unita? Tutti i paesi europei adottano un sistema, ancorché non identico, di separazione tra giudici e piemme, ad eccezione dell’Italia e della Grecia. In Italia il sistema unitario, ereditato dal codice Rocco fascista é stato confermato dalla Costituzione repubblicana, evidentemente per non concedere ampia autonomia al sistema giudiziario, visto che nell’immediato dopo guerra la magistratura era ancora largamente nelle mani di coloro che l’avevano esercitata durante il regime. Tanto che Togliatti ebbe a dichiarare “Il pieno autogoverno della magistratura non é accettabile democraticamente”, mentre Piero Calamandrei nel corso dei lavori preparatori della Costituente argomentava: “Con un corpo di magistrati completamente indipendente che deciderebbe delle nomine e auto eserciterebbe la disciplina, si potrebbero verificare i conflitti con il potere legislativo o con l’esecutivo in quanto la magistratura potrebbe per esempio rifiutarsi ad applicare una legge o attribuirsi il potere di stabilire criteri generali di interpretazione delle leggi”. Si tratta paradossalmente di un argomento opposto a quello che si vuole addebitare alla legge Nordio. Gli anni sono passati e le polemiche reggono inalterate anche se fatte all’opposto. Oggi si sostiene che si vuole minare l’autonomia della magistratura con la separazione delle carriere. Allora si concertò di mantenere quel che oggi si vuole trasformare per non dare completa autonomia al sistema giudiziario. Il quale é, tuttora, diviso in partiti e si dota di un organismo come l’Anm, che più politico non si può, che decide di far la guerra ai governi, vedi il libro di Palamara, o di non farla, che si trasforma in comitato del no a una legge approvata dal Parlamento, senza alcun rispetto per la Costituzione, che schiera in prima fila magistrati di successo a inveire e mettere sotto accusa le ragioni del sì, mentre larga parte della sinistra, allontanandosi definitivamente dalla sua storia di giustizia e di libertà pare aver ormai trasformato il suo slogan, “dalla parte dei lavoratori” in una nuova parola d’ordine, “dalla parte degli ermellini”. Anche quando sbagliano restano se non compagni, ermellini che sbagliano. E vanno difesi, sempre. Le preoccupazioni di Calamandrei non erano proprio infondate…







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