La via giusta in Iran
“Perché siete stati in silenzio con 40mila morti?”. Con queste parole, Leila, una giovane iraniana che vive a Firenze, ha momentaneamente interrotto, domenica pomeriggio, il corteo per la pace in Medio Oriente promosso da varie sigle della sinistra pacifista. “Perché si scende in piazza contro la guerra all’Iran e non si è scesi in piazza contro lo sterminio di migliaia di iraniani?”, si è chiesta Leila rivolgendosi alle persone che sfilavano per le vie di Firenze, in riferimento alle migliaia di vittime civili massacrate dalla feroce teocrazia. Ha ragione Polito, nel suo editoriale di oggi sul Corriere, a temere, come già avvenuto con la Cgil che ha promosso una manifestazione a difesa di Maduro, che si arrivi anche a protestare per il “vile” omicidio di Khamenei e per la difesa dell’autonomia e indipendenza dell’Iran, non importa se gestita da una teocrazia sanguinaria. C’é un ritorno agli anni cinquanta piuttosto diffuso. E pericoloso. Come se il mondo fosse quello di allora, come se il pericolo per la pace e l’indipendenza dei popoli si ricavasse dal comportamento dell’imperialismo americano. Di quello sovietico era meglio soprassedere. Anche oggi é l’America la maggior imputata e si rinfocola la sua vocazione imperiale, mentre di quella russa, a scapito oggi dell’Ucraina e ieri della Cecenia e della Georgia, e le sue alleanze militari con l’Iran e i suoi coinvolgimenti col terrorismo della triplice (Hamas, Ezbollah e Houthi) si fa fatica a parlare e non si manifesta quasi mai. Ritornano gli anni cinquanta come metodo di interpretazione dei fenomeni internazionali, ma anche nella cultura e nella politica, perfino nella musica, penso al vincitore di Sanremo di impronta vagamente vannacciana. Come andrà a finire in Iran, mentre le iraniane e gli iraniani di mezzo mondo fanno festa per l’intervento israelo-americano che ha causato la decapitazione del vertice del regime? L’Italia e l’Europa sono spettatori e commentatori di un intervento deciso altrove. Il motivo ufficiale era solo di impedire all’Iran di disporre di un armamentario nucleare, che già era stato colpito, e si diceva annientato, qualche mese fa, e mentre erano in corso colloqui tra Stati Uniti ed Iran? Se l’obiettivo fosse solo quello dubito che l’esigenza di democrazia che sale soprattutto dalle giovani generazioni iraniane che sono scese in piazza anche in quel paese, le donne togliendosi il velo, possa essere soddisfatta, in queste quattro settimane che Trump ha annunciato necessarie per terminare le operazioni militari. Il giudizio nostro resta perciò sospeso. Se l’intervento sarà accompagnato da una sollevazione degli iraniani contro la crudele teocrazia e si porranno le basi della costruzione di uno stato democratico allora anche i morti, da una parte e dall’altra, anche i cosiddetti danni collaterali di una guerra (che orribile definizione questa quando sotto le macerie muoiono bambini) forse non saranno stati vani. Se l’operazione produrrà invece pochi o nessun mutamento nell’ossatura del governo iraniano, se si ripeterà una situazione venezuelana, di sostanziale continuità col vecchio regime, allora la guerra, perché di guerra si tratta, sara stata un’inutile nuova carneficina. Oltretutto pagata dagli stati arabi sunniti. La mappa é ampia. Gli alberghi e l’aeroporto di Dubai, i moli usati dalla marina francese ad Abu Dhabi, una postazione americana a Erbil (Iraq), una petroliera nel Golfo, il porto omanita di Duqm, uffici della US Navy in Bahrein, target in Arabia Saudita, Kuwait, Qatar. Violati gli spazi aerei di Siria e Giordania, inviati droni verso il Mediterraneo orientale. E, ovviamente, il territorio dello Stato ebraico. Ma questo conferma anche l’isolamento in cui si trova in questo momento il governo iraniano o quello che é rimasto in vita (anche Amanidejad sarebbe stato ucciso), visto che anche la Russia (ma come potrebbe se no) ha deciso di non difenderlo. Rimaniamo convinti, lo abbiamo scritto ieri, che non servano tanto i ritornelli sulla de escalation, tanto cari al nostro ministro degli Esteri, ma che invece occorra una congiunta escalation della forza esterna e di quella interna per abbattere questa odiosa teocrazia sanguinaria. E con essa i suoi legami col terrorismo medio orientale. Questa guerra (per quanto possa essere giusta una guerra che provoca morte e distruzione) sarebbe allora quanto mai giustificata. Non penso infatti che sia sostenibile la tesi di Provenzano (Pd), che si augurava una transizione pacifica dal regime degli ayatollah alla democrazia. Pacificamente una dittatura, per di più religiosa, non é caduta mai.







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