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Chi sono i veri socialisti

4 Aprile 2026 102 views No CommentStampa questo articolo Stampa questo articolo

Già é difficile stabilire in Italia chi siano e dove stiano i socialisti. Ma aggiungervi un certificato di autenticazione preventivo complica di molto la soluzione dell’interrogativo. Partiamo dal più semplice. Se per socialisti si intendono coloro che hanno appartenuto al Psi o lo hanno semplicemente votato fino al 1992, bisogna pur ricordare che da allora sono trascorsi 34 anni e la maggioranza di costoro o sono morti o hanno sostenuto partiti nati dopo il 1992 e dunque non sono recuperabili semplicemente con un vorticoso giro di lancette dell’orologio all’indietro. Dati i risultati elettorali delle liste socialiste in questi 34 anni si deve concludere che i sopravvissuti hanno creduto giusto non aggregarsi in nuove avventure identitarie, ma aderire a partiti anche collocati all’opposto. Se per socialisti si intendono coloro che si ritrovano nel socialismo europeo allora non si può fare a meno di considerare il Pd che fa parte del Partito socialista europeo e del gruppo dei Socialisti e democratici a Strasburgo. Il Pd, questa la sua ambivalenza, o ambiguità se preferite, non appartiene però alla storia del socialismo italiano. La mancata sua adesione alla proposta dell’unità socialista formulata da Craxi dopo la fine del comunismo e del Pci non venne accolta sia per sposare la via giudiziaria, come precisa Chiaromonte nel libro di Fabio Martini, sia per allargarsi ad altre e più convenienti unità. La via giudiziaria doveva eliminare l’unità socialista con la decimazione dei socialisti ed era dunque la condizione ideale per avventurarsi in nuove e più vantaggiose aggregazioni. In particolare quella col Partito popolare e poi Margherita che metteva insieme frammenti della vecchia Dc e di mondo cattolico disperso. Per questo gli antesignani del Pd non sono i socialisti, ma i comunisti e i democristiani. Cioé Berlinguer a cui é stata dedicata la tessera del 2024 e Tina Anselmi a cui é stata dedicata quella del 2025. I centenari della morte di Matteotti e Kuliscioff non erano ritenuti altrettanto significativi. Era la via, questa, che non comportava la resa del comunismo al socialismo democratico, ma il compromesso di due identità opposte ed entrambe appartenenti a mondi diversi. Per questo era la via che costava meno. Evidente che non possa dunque presentarsi come socialista italiano un partito che lo é in Europa ma in Italia non lo é e non solo nel nome. Anzi che in Italia rispolvera tradizioni inesistenti in tutti i partiti socialisti europei. Poi ci sono fermenti socialisti sparsi e qui bisogna tornare agli aggettivi. La storia del socialismo italiano ha partorito di tutto, dal riformismo al massimalismo al sindacalismo rivoluzionario, dal comunismo al fascismo, dal filo sovietismo, all’autonomismo. Difficile incunearsi dentro questa babele di linguaggi, di posizioni, di prospettive. E di modelli di società. D’altronde se la storia del socialismo é densa di separazioni e di scissioni ciò significa che nello stesso partito non potevano coesistere opzioni inconciliabili. Sono tuttavia convinto che occorra fare selezione, approfondire e scegliere una posizione che non sia vagamente socialista. Cioè un’Arca di Noè mettendoci dentro di tutto per salvare quel che salvare non si può. I due aggettivi che mettono al riparo il socialismo dai fallimenti e dalle tragedia della storia sono quelli di  “riformista” e di “liberale”.  Dunque non può esserci socialismo compatibile con le possibilità di futuro che non sia anche riformista e liberale. I punti di riferimento storico sono quelli di Filippo Turati e di Carlo Rosselli. Il socialismo riformista che non sia anche liberale é fuori dal nostro tempo, perché postula un modello di welfare statale integrale ormai impraticabile per il sempre più alto costo dei servizi e per il riequilibrio col debito dovuto ai vincoli europei. Il socialismo riformista deve essere recuperato come metodo di cambiamento della società e anche come localismo (costruzione dal basso di realtà solidali, che era poi il cosiddetto limite rimproveratogli dai massimalisti), ma non come modello. La costruzione dello stato sociale ha bisogno del privato che deve essere sorretto negli investimenti e nella crescita e deve trasformarsi in società solidale. D’altronde cos’era l’intuizione dell’alleanza del merito col bisogno della Rimini del 1982? E la salvaguardia del pluralismo economico é presupposto del pluralismo politico, vedasi convegno di Mondoperaio anni settanta. Cos’altro é stato il nostro Lib lab degli anni ottanta come prospettiva liberale del socialismo e come traguardo sociale del liberalismo? Una sorta di terza via tra liberismo e collettivismo. Ecco quel che dovrebbe oggi interessare i socialisti rimasti tali. Il tutto riaggiornandolo alla luce dei grandi mutamenti del presente, delle nuove guerre, dello sfondamento della Cina sui mercati, della attuale dipendenza energetica dei paesi europei dai paesi del nord Africa e mediorientali. Quest’opera di riaggiornamento del socialismo riformista e liberale dovrebbe essere frutto di convegni, di conferenze, di studi, coinvolgendo intellettuali, storici, filosofi, economisti. Non credo tuttavia alla compatibilità di gruppi social, movimenti e circoli che prospettano un’antica visione del socialismo, mostrano simboli e linguaggi da anni cinquanta, cancellano le intuizioni e le modernizzazioni degli anni ottanta. E sfociano in una collocazione estremista, propria di un Melenchonismo all’italiana. Vedo che ci sono e prolificano intendendosi coi vari Fratoianni e Landini, ma anche con gruppi di Potere al popolo. Non sono geloso né tanto meno proprietario della parola socialismo, come si ritengono in tanti. Possono usarlo anche loro, visto che nella nostra storia c’é stato posto anche per posizioni simili. Non credo però sia questo il socialismo della nostra vita. La preoccupazione di costoro non é tanto la difesa dei principi, come il recente referendum ha dimostrato, ma la lotta non importa con quali alleati e con quali programmi alla destra. Dunque non mi convincono tante prosaiche attestazioni di unità dei socialisti che la pensano in modi difformi. Penso invece all’unita in nome del socialismo riformista e liberale di un insieme di soggetti politici anche micro e di un rassemblement con chi la pensa come noi e cioè di essere alternativi alla destra ma non facendoci risucchiare in un indefinito campo largo. Il socialismo liberale deve essere alleato con chi si ritiene tale o con chi rispetta chi si ritiene tale, non coi populismi, gli opportunismi e i massimalismi urlacchianti.

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