Guerra o pace
Tra una minaccia di riprendere i bombardamenti più forti che pria, direbbe Petrolini, e un annuncio di non essere mai stati così vicini alla pace Donald Trump si affida, sull’efficacia dei suoi appunti ai 14 punti, ancora non definitivi e in parte sconosciuti, dell’Iran ai suoi fidati Jared Kuschner, marito di Ivanka e genero del presidente, e Steve Witkoff, suo socio in affari (sono entrambi immobiliaristi), ma con funzioni istituzionali di rappresentanza. I due hanno trattato con Putin le condizioni di una tregua in Ucraina, hanno ideato la riviera di Gaza e poi trattato con Netanyahu la fine dei bombardamenti nella striscia, sono stati a Islamabad per seguire il conflitto con l’Iran e avviare colloqui con una rappresentanza iraniana. Hanno decisamente assunto così le funzioni che spetterebbero al segretario di Stato (ministro degli Esteri) Rubio, inviato invece dal papa per mediare il conflitto che il focoso presidente ha aperto anche con la santa sede. Il trumpismo non conosce regole. Non fa differenza tra i ruoli istituzionali, fa confusione (volontaria) tra gli interessi americani e quelli della sua famiglia. America first o Trump first? Guerra o pace? I nodi più complessi riguardano l’arricchimento dell’uranio. Gli americani hanno proposto una moratoria di 20 anni e gli iraniani hanno controproposto cinque anni. Si é ancora distanti. Anche se pare che il regime accetti una moratoria per almeno 12 anni, pretendendo la soglia permessa dagli accordi di Obama che resta quella del 3,67 per cento, sufficiente solo per la produzione di energia nucleare civile. Teheran assicurerebbe di non sviluppare centri per la ricerca sotterranei, quelli che nella prima guerra dello scorso giugno sono stati colpiti con le bombe bunker buster sganciate dai B2 americani. In cambio, la Casa Bianca si impegna a togliere gradualmente le sanzioni economiche e a rendere accessibili i miliardi di dollari di fondi iraniani congelati in tutto il mondo. Un altro punto riguarda i destini delle riserve di uranio arricchito al 60% seppellite in profondità dai bombardamenti americani del giugno 2025. Trump pretende che vengano spostate negli Stati uniti, mentre Putin e l’Iran pensano che dovrebbero essere trasferite in Russia. Ovviamente a latere, esiste il problema della liberazione dello stretto di Hormuz, ove da un lato l’Iran tenta di strozzare l’economia di mezzo mondo e dall’altro gli Stati Uniti pensano di dare il colpo finale a quella iraniana. Non risulta che nessuno dei 14 punti americani contenga la richiesta di una trasformazione o quanto meno una parziale liberalizzazione del sistema teocratico e criminale di Teheran. Paradossalmente lo pretende invece Natanyahu che non si fida dei possibili accordi americani-iraniani e propone che i pasdaran non producano più missili balistici e non forniscano più aiuti militari agli hezbollah libanesi e punta alla caduta del regime ipotizzando che questa non sia la fine della guerra ma anzi la fine della tregua. Intanto notizie tendenti al tragico si rinnovano sulle sorti del premio nobel per la Pace 2024 Norges Mohammadi, detenuta in carcere e alle prese con una gravissima crisi cardiaca. E’ ora stata trasferita in un ospedale di una provincia nord-occidentale di Zanian, in terapia intensiva. Il suo fisico, già indebolito da un infarto nel mese di gennaio, adesso pare non reggere più. I documenti e le manifestazioni e nemmeno i 14 punti di Trump ne fanno cenno. E guardano altrove inneggiando alla pace, ma nell’indifferenza della sorte di chi per la pace ha meritato un nobel e rischia la morte.







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