Sono stato invitato dall’Amministrazione comunale di Casalgrande, dal sindaco Daviddi e dal consigliere Cassinadri, a parlare di Umberto Farri nell’ottantesimo anniversario del suo omicidio. Mi ha fatto molto piacere che questa cerimonia, che vedeva prima i socialdemocratici e poi i socialisti isolati e spesso contestati, sia stata ereditata da un sindaco e da una maggioranza che ha stravinto le ultime elezioni, dopo aver vinto quelle precedenti, con oltre il 60%, un sindaco e una maggioranza civica che hanno messo in minoranza il Pd in un territorio tradizionalmente di sinistra. Ho voluto ricordare il mio contributo dato, proprio nel cimitero di Casalgrade, nell’estate del 1990, all’apertura del grande confronto sui delitti del dopoguerra nella provincia di Reggio, ripreso e rilanciato dal Chi sa parli del comunista Otello Montanari, e del quale si occuparono tutta la stampa e le televisioni italiane e perfino il giornale dei giovani comunisti dell’Urss alle prese con la loro perestrojka e con quella di un Pci che aveva deciso di cambiare nome. La vita di Farri era ispirata a due costanti, alle quali egli dedicò l’intera esistenza. La prima era quella dell’antifascismo. Farri perse il posto di lavoro, dopo essere stato cacciato con la violenza da sindaco, venne minacciato dalle squadre fasciste, poi ebbe un ruolo centrale nella Resistenza presiedendo il Cln del suo comune. Il fatto che fosse eletto sindaco prima e dopo il fascismo, a vent’anni e più di distanza, testimonia la stima e la fiducia indistruttibili di una popolazione a cui egli dedicò la sua passione amministrativa. Furono pochi anni. Eletto sindaco nel 1920, nel 1921 fu costretto a sloggiare per le violenze fasciste. Dopo la liberazione fu nuovamente eletto sindaco ma poco meno di due anni dopi fu ignobilmente trucidato. La seconda costante della sua vita fu l’adesione agli ideali del socialismo democratico, che in questa provincia ebbero origine dal pensiero e dall’azione di Camillo Prampolini. E questa eresia, nell’immediato secondo dopoguerra, in una fase in cui non mancarono certo le prevaricazioni, le soppressioni, la violenza fu la causa del suo omicidio. Anche Egisto Lui, sindaco di Reggiolo, cogli stessi identici ideali, venne fatto bersaglio di due colpi d’arma da fuoco sparatigli dinnanzi a casa sua, a cui miracolosamente sfuggì proprio nello stesso 1946. Non cercate altre cause di questo efferato omicidio politico. Esso é conseguenza della persecuzione a cui diedero origine bande armate di partigiani rossi nei confronti degli stessi antifascisti, si veda a tale proposito anche l’attentato al giovane partigiano cattolico Giorgio Morelli. Farri e lo stesso Lui avevano votato a favore della mozione di Critica sociale al Congresso del Partito socialista che si svolse nella primavera del 1946, mozione alla cui guida stavano Giuseppe Saragat, il nostro Alberto Simonini, l’ex segretario della Cgil Ludovico D’Aragona, Emanuele Modigliani e tutto il vecchio ceppo turatiano sopravvissuto. Probabilmente Farri, come fecero Simonini e Lui, avrebbe aderito alla scissione di Palazzo Barberini del gennaio del 1947. Costoro, pur testimoniando un antifascismo militante, si opponevano alla giustizia sommaria, alla violenza politica, alle fucilazioni senza processi. Anche Farri lo fece. Venne criticato, fatto oggetto di feroci polemiche. Certo é molto strano che in un piccolo paese qual era Casalgrande nessuno sapesse nulla. La sera del 26 agosto del 1946, mentre stava festeggiando con la famiglia il rientro dall’India del figlio Bruno, Farri venne colpito da due sicari entrati prepotentemente nella sua abitazione, mentre un terzo faceva da palo. Tutti e tre indossavano fazzoletti rossi. Omertà e paura hanno certamente impedito di individuare sicari e mandanti. E così Farri resta uno dei pochi martiri reggiani del dopoguerra senza giustizia. Anzi senza processo, perché gli indizi raccolti non erano stati giudicati sufficienti. Come far vivere gli ideali di Farri oggi in un sistema politico non identitario e con partiti senza storia? Oggi il socialismo democratico di Farri non ha più un partito, se non qualche frammento irrilevante. Eppure ha vinto nella storia, dopo che i muri, i sistemi e i partiti comunisti sono crollati. Non é celebrando Berlinguer e Moro, che socialisti non sono stati mai, pur essendo stati protagonisti della storia di un quarantennio repubblicano, che ai risolve questa contraddizione politica. Dunque l’amarezza é doppia: quella che discende dall’impossibilità di rendere giustizia a questo sindaco buono, coi baffi risorgimentali e l’anima profondamente pacifica e non violenta, che fu oggetto di un atto di sopraffazione ignobile (l’omicidio di un non violento, come quello di Gandhi, é un omicidio doppio, all’uomo e alle sua umanità), ma anche quella di aver disperso in mille rivoli i suoi ideali di socialista democratico.