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Francesco e Matteo

1 settembre 2015 554 views No CommentStampa questo articolo Stampa questo articolo

Bè sentir dire al papa che anche le donne che hanno deciso l’aborto possono essere confessate e perdonate direttamente dai sacerdoti (la scelta era prima affidata al vescovo diocesano) sarà pure l’ultimo segnale dei tanti lanciati, ma ha certo dell’incredibile. Tutti, sia ben chiaro, secondo la Chiesa, possono essere perdonati, ma rispetto all’atteggiamento assunto solo qualche anno fa, quel crudo e freddo diniego a fronte di un uomo che aveva scelto la morte piuttosto che la sofferenza, la mancanza assoluta di pietà nei confronti di Welby al quale furono chiuse e sbarrate le porte della stessa Chiesa così fastosa e disponibile di fronte allo spettacolo dei Casamonica, questo ennesimo affondo di Francesco ha il sapore della sfida.

Bisogna capire, bisogna sapere, bisogna amare e perdonare, più volte Francesco ha avuto questa convinta intenzione di superare alcuni tabù. Pensiamo agli omosessuali e a quel “chi sono io per giudicare?”, agli appelli alla solidarietà e all’accoglienza nei confronti degli immigrati (volerla trasformare in posizione politica è assurdo e ingeneroso), Francesco alla vigilia del Giubileo ha avuto parole di comprensione anche per le donne che hanno scelto l’aborto. Naturalmente, come è logico che sia, non si tratta di assolvere chi compie quello che per la Chiesa è pur sempre un misfatto. Ma evitare l’assurdo parallelismo con l’omicidio, definirlo “dramma sociale e morale”, rappresenta una consapevolezza mai prima d’ora avanzata. Anche rispetto a Giovanni Paolo II, che non ha mai messo in discussione quelli che parevano dogmi assoluti del cattolicesimo, Francesco pare un innovatore. Soprattuto perché parla e innova sui temi etici. Considerando che esiste un’umanità, sia cattolica sia soprattutto non cattolica, che su questi temi, pensiamo a quello della contraccezione o al dramma del fine vita, è assai lontana dalle chiusure tradizionali della Chiesa.

Matteo Renzi innova anche lui. O almeno tenta. I dati sull’occupazione di luglio sono finalmente soddisfacenti sia sullo sviluppo sia sull’occupazione, dopo quelli negativi di giugno. Siamo tornati a crescere dopo il calo del mese prima, e soprattuto la disoccupazione giovanile è calata fino al 40,5 rispetto al 43 di giugno e al 12 quella complessiva rispetto al 13 del mese prima. Merito del Jobs act quello dell’aumento massiccio dei contratti a tempo indeterminato che superano quelli a tempo. Ma merito solo di questo? Per il presidente di Confindustria no. Squinzi vede nel calo del prezzo del petrolio e nella manovra di Draghi, il cosiddetto quantitative easing. le cause dell’inversione di tendenza. Sarà, ma anche in politica il coraggio dell’innovazione alla fine paga.

Giavazzi sul Corriere sprona il governo a tagliare le spese se vuole efficacemente abbassare le tasse. E osserva che lo spazio pubblico in Italia è superiore a quello di qualsiasi altro paese europeo. La nostra concezione del socialismo liberale, a mio avviso mai come ora assolutamente attuale, non può che ritenere superate, e anzi oggi nocive, le vecchie contrapposizioni tra pubblico e privato. Ne avevamo anticipato le caratteristiche con le idee sul bonus nella scuola, con le convenzioni con le strutture private nella sanità. Oggi non si può non ritenere assurda una campagna che in tutto il paese viene agitata sull’acqua pubblica che finirà per strozzare gli investimenti privati nel settore ed aumentare le bollette per i cittadini. Ecco quel che noi dovremmo proporre oggi. Non un vecchio e consunto concetto di socialismo statalista, ma una visione aperta di un sistema in cui il privato agisce col controllo pubblico per risolvere i problemi dei cittadini, affrontando con investimenti produttivi la dimensione del bisogno. Ma davvero e fino a quando potremo sopportare che esistano 7.726 società partecipate dagli enti pubblici locali con mezzo milione di dipendenti e una perdita secca di un miliardo e duecento milioni l’anno? Non è così lontana la nostra vecchia intuizione dell’alleanza tra merito e bisogno. Saprà Renzi essere all’altezza di questa sfida? Saprà togliersi di dosso la preoccupazione del potenziale smantellamento di un sistema pubblico di potere di cui il suo partito è oggi forse il principale beneficiario?

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