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L’ex leader Massimo

3 settembre 2015 579 views No CommentStampa questo articolo Stampa questo articolo

La sua intervista al Corriere di oggi è un grido disperato. Massimo D’Alema non solo non è più un leader politico riconosciuto nel suo partito, non solo non è più in Parlamento e non è nella Commissione europea, surclassato dalla giovane e inesperta Mogherini, ma è un uomo solo. È stato abbandonato anche dai suoi collaboratori e perfino dai più cari amici. Già da tempo da Velardi e Rondolino, con lui ai tempi della Presidenza del Consiglio, dal suo ex sottosegretario Minniti, divenuto poi addirittura veltroniano, e perfino da Nicolino Latorre, che quando parlava in tivù di D’Alema lo chiamava “il presidente”, divenuto poi renziano, e addirittura da Matteo Orfini che di D’Alema era considerato il figlioccio. Mentre Cuperlo, quando parla D’Alema, ne prende subito le distanze per paura di perdere consenso.

Poteva fare come Veltroni e girare qualche film e diventare cronista sportivo? No, Massimo la politica ce l’ha nel sangue molto più di Walter, che la associa ad altri hobby, che forse lo appassionano di più. Mi è francamente dispiaciuto questo ostracismo nei confronti di un uomo politico intelligente ed esperto, come Massimo D’Alema, concepito da Renzi alla stregua del simbolo da rottamare. Di lui avevano anche fatto perfino un fantoccio da calpestare. Una tal violenza nei confronti di un uomo politico dello stesso partito non è facile da riscontrare, nemmeno ai tempi della vecchia Dc dove le coltellate si davano sempre col sorriso sulle labbra e nel rispetto dell’accoltellato. Ora però anche un ex comunista come D’Alema dovrebbe porsi la domanda del perché. In omaggio allo storicismo nulla avviene mai a caso, vero? Perché D’Alema oggi viene considerato dal gruppo dirigente del Pd come una malattia e lui ribatte considerando i suoi detrattori come stalinisti, finendo anche per sposare posizioni mai state sue?

E perché ormai questa opinione ha travalicato il PD e perfino quando gira per strada o quando si reca a un funerale, Massimo viene preso a male parole? Il problema di D’Alema è duplice. Viene considerato, a ragione, come uno dei protagonisti di questo ventennio nero, e viene rappresentato (non saprei con quanta obiettività) come un uomo della vecchia politica. Quest’ultima più che un’accusa potrebbe anche trasformarsi, ammesso che non sia già così, in un merito. Ma per difendersi D’Alema cosa fa? Sta nella parte, esalta un ventennio indifendibile, contesta le revisioni renziane finendo anche per contestare se stesso, come sull’articolo 18 o sull’antiberlusconismo, decreta, come nella migliore tradizione comunista, l’espulsione di Renzi dalla sinistra.

Da uomo di partito egli conosce anche la regola della opportunità e sa che questo è l’unico tasto che gli resta da toccare per porre qualche intoppo nella marcia trionfale di Renzi e dei suoi. Parla di un PD al 33 dal 41 delle europee, che è però molto di più di quanto conquistato da Bersani (il 25%) del 2013. Diciamo la verità. Renzi non si è comportato correttamente con lui. Gli aveva certo promesso il posto in Europa, poi lo ha beffato scegliendo la Mogherini. E dedicandogli anche qualche sberleffo. Per questo oggi Massimo è livido e con ragione. Ma egli non può fare di questo il motivo delle sue critiche. Da navigato uomo politico le immiserirebbe. Resta una domanda con facile risposta. Se D’Alema fosse all’Ue con la delega agli Esteri avrebbe oggi le stesse posizioni?

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