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Ville e castelli

21 ottobre 2015 584 views No CommentStampa questo articolo Stampa questo articolo

Renzi ce lo ha concesso. Uso il noi perché siamo stati tra coloro che lo hanno suggerito e di questo tratteremo anche alla Conferenza programmatica di fine ottobre. Diciamo che non detassare ville (cioè abitazioni definite di lusso) e castelli è un primo passo, ma non quello richiesto. Il problema non è di fare pagare o di far piangere, come uno sconsiderato manifesto di Rifondazione suggerì tempo addietro, i ricchi, ma di operare nella direzione dell’equità sociale. Se partiamo dal presupposto che solo cinquanta o centomila abitazioni signorili siano esentate, non risolviamo un bel nulla. Cioè non spostiamo risorse.

La tassa sulla prima casa, noi pensiamo, va abolita solo per le abitazioni medio-povere. Il concetto va ribaltato. Era un po’ la differenza tra la manovra Prodi e quella Berlusconi. Non per esaltare quella di sinistra contro quella di destra, ma per sottolineare appunto una cosa giusta da una iniqua. Renzi precisa che le cancellazioni riguardano le abitazioni A1, A8 e A9, le cosiddette abitazioni signorili e di lusso, esattamente come avvenne nel 2008. Dunque la sua manovra è proprio quella realizzata dal governo Berlusconi. Ovvio che senza la riforma del catasto, che risale addirittura al 1939, risulti perfino difficile operare distinzioni tra tipologie abitative.

Col catasto in queste condizioni risultano abitazioni di lusso solo abitazioni particolari. I comuni, applicando l’Imu, se ne sono resi conto. In ogni città esisterebbero solo qualche decine di case di lusso. Nella mia città, Reggio Emilia, ne sono censite solo una sessantina. Ecco perché il conto finale è irrisorio. Così non resta che fare due conti sul reddito del proprietario, ed estendere il concetto di prima casa all’intera famiglia, visto che il giochetto di intestare alla moglie o alla figlia la seconda e la terza casa, spostando abusivamente le residenze, è piuttosto diffuso. Noi siamo dell’idea che il costo dell’operazione complessiva, che nel 2008 si stimava attorno ai 2.500 milioni, possa essere meglio indirizzato, magari estendendo all’incontrario le esenzioni, cioè limitandole alle abitazioni medio-povere, visto che quelle povere già non pagano nulla.

Evidente che il peso di questa operazione non dovrà essere sopportato dai Comuni che si prendono gran parte di questa tassa. Lo stato deve provvedere a rimborsarli e non deve praticare uno sport oggi piuttosto diffuso in base al quale, da un lato, si tagliano tasse e fondi agli enti locali, costringendo poi questi ultimi ad aumentare tassazioni e imposte varie. Se un’operazione intelligente di esenzioni dimezzasse il costo della detassazione prevista allora si potrebbero liberare risorse, ad esempio un miliardo, un miliardo e mezzo, per aumentare le pensioni minime. E sarebbe, per tornare al concetto del presidente del Consiglio, non tanto di sinistra o di destra, ma giusto, più giusto.

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